Il veleno populista

Una mattina di qualche mese fa, c’era ancora Berlusconi al governo, durante una puntata di Omnibus mi sono trovato a dibattere di welfare con un collega, un giovane giornalista economico, il quale si produsse in un ragionamento da tempo molto in voga nei circoli più cool del dibattito pubblico nazionale, quello del togliere ai padri garantiti per dare ai figli non garantiti. Ho sempre considerato quello dei padri vs. figli un mantra finto-progressista, che si ammanta di slancio generazionale per nascondere la sua carica regressiva: se a qualcuno sono negati dei diritti, non è diminuendoli a chi li detiene che si riequilibra la situazione. E comunque, chi caldeggia di andare in questa direzione dovrebbe almeno evitare di presentare la compensazione al ribasso come una svolta equa o un tuffo nella modernità. Ebbene, mi sono sorpreso non poco quando di recente quello stesso collega ha firmato addirittura un vibrante fondo del suo quotidiano contro la riforma Fornero, della quale si può pensare ciò che si vuole, ma che è dichiaratamente ispirata al principio del togliere ai padri per dare ai figli (che poi, peraltro, Fornero tolga qualcosa ai padri senza dare nulla ai figli, è convinzione di chi scrive).

Perché questa giravolta in corsa? Trasformismo? Opportunità? Semplice cambio di opinione? Non ho avuto modo di chiederglielo, ma sospetto che la verità sia un’altra. Sospetto che il collega sia stato vittima del contesto, e cioè del quotidiano su cui scrive e di ciò che rappresenta per l’opinione pubblica cui si rivolge. Il suo fondo anti-Fornero compariva infatti su un giornale, Il Fatto, che ha impostato la propria ragione sociale sulla volontà di dare forma e titolo a qualsiasi genere di malcontento. Un quotidiano “contro”, in teoria, che è in realtà un quotidiano che insegue sempre l’opinione dominante. Un foglio nato cioè sul presupposto di una superiorità civica e morale, che però per riaffermarla quotidianamente si serve di un repertorio tipico dell’Italia più becera e qualunquista, quella del magna-magna e del so’ tutti uguali. Una operazione culturale che nasce con la pretesa di sfoggiare quarti di liberalismo destrorso (Travaglio) e di radicalismo sinistrorso (Flores, Colombo) ma che approda pericolosamente dalle parti della maggioranza silenziosa di De Carolis, come dimostra la costante coincidenza di titoli e campagne con Libero, fuoriclasse assoluto dell’invettiva da bar sport.

Ora, tornando a Fornero, può un quotidiano che è sempre “contro” dare credito a una riforma governativa? La risposta è ovvia. Non può. Ciò che era cool quando non era materia di legislazione, il bel conflitto dei figli contro i padri, diventa insostenibile se si fa decreto ufficiale. Governativi mai, a prescindere. Il collega è rientrato nella cornice imposta dallo Zeitgeist in cui si trova a lavorare.

Con questo aneddoto non mi interessa addentrarmi in una tirata anti-Fatto, quotidiano dove lavorano tanti bravi giornalisti (compreso quello in questione) e che ha spesso notizie in esclusiva, né discutere di Fornero e lavoro, ma solo insistere su un fenomeno pericoloso che però avvince tanti italiani in quesa fase di crisi e sbandamento, ovvero questa nefasta corsa a tirarsi fuori e contro (“Hanno rovinato l’Italia”, è del resto un altro classico del discorso qualunquista, dove l’uso della terza persona è concepito per escludere se stessi e comprendere una massa indistinta che può variare a seconda del bisogno). Una corsa che vede in prima fila un pezzo di Paese che invece di concorrere alla costruzione di una alternativa concreta preferisce rifugiarsi in un remunerativa pars destruens (lo strillo paga, in edicola e in libreria), prendere gli applausi del proprio pubblico sullo sfondo della macerie fumanti, vellicando gli istinti di chi, mosso da uno scontento del tutto legittimo, finisce per spenderlo sul tavolo della più vieta demagogia, dove l’indignazione si trasforma in arma utile per tribuni, avventurieri e difensori mascherati dello status quo. Sono quelli che spernacchiano i programmi di partito e poi si abbeverano alle teorie di Grillo sull’uscita dall’euro e sul signoraggio della moneta (roba che manco Forza nuova…), quelli che insorgevano se il Cavaliere dichiarava immorale pagare le tasse e applaudono se è Grillo medesimo a replicare l’invito, quelli che il Porcellum fa schifo ma se si cambia la legge elettorale è inciucio, quelli che i partiti non devono avere i finanziamenti e però tuonano contro la plutocrazia, quelli che l’evasione è la piaga del paese ma che poi strizzano l’occhio ai sequestratori di impiegati e ai lanciatori di molotov contro le Agenzie delle Entrate (“L’Italia si ribella a Equitalia”, titolava sempre il Fatto qualche giorno fa).

Questi campioni dell’opposizione, negli ultimi tempi, in genere replicano indicando la pars construens in Grillo e nel suo movimento, di cui naturalmente il Fatto è diventato subito organo ufficioso. Vorrei evitare di perdere tempo nella penosa distinzione tra la base grillina seria e il conducator meno serio, roba che ricorda da vicino quando Lotta continua e le altre formazioni dell’ultrasinistra distinguevano tra la base del Pci onesta e rivoluzionaria e la classe dirigente corrotta e venduta all’accordo con la Dc (è un vecchio vizio dei massimalisti italiani idealizzare la base). Basti dire, di questi ragazzi e ragazze, che criticano (giustamente) le nomenclature oligarchiche ma poi fanno da venditori porta a porta per conto di un concessionario di marchio politico, ridono alle battute di un comico che batte le piazze replicando ogni volta lo stesso spettacolo, come Berlusconi ripeteva le stesse barzellette a ogni comizio, e aggrediscono chiunque non la pensi come loro proclamandosi unici liberi dell’universo, quando non sono neanche padroni di eleggersi i propri dirigenti. Nei grillini, poi, la tendenza manichea all’essere “contro” è così parossistica da sfociare direttamente nel complottismo, nella dietrologia, fino ad arrivare a ipotizzare che l’attentato anarchico di Genova sia stato concepito per arrestare la marcia grillina verso il governo del paese. Decine di migliaia di militanti ci credono. Sono in buona parte gli stessi che irridono l’Italia che credeva allo “psico-nano”. Sono il nuovo che avanza. Buona fortuna a tutti.

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3 risposte a Il veleno populista

  1. nonunacosaseria ha detto:

    purtroppo sono pochi quelli che si son presi la briga di analizzare seriamente il programma del movimento 5 stelle. tra omissioni (non una parola sulla giustizia, sulla politica estera, sull’immigrazione, sulle politiche fiscali…), gravi lacune (il debito pubblico si riduce con la lotta agli sprechi, sul lavoro basta abolire la legge biagi…), proposte irrealizzabili all’atto pratico (esame di diritto costituzionale per ogni rappresentante pubblico, abolizione delle scatole cinesi in borsa…), proposte chiaramente contro i trattati europei (prevalente mercato interno per industria alimentare e manifatturiera), il programma credo sia il vero punto debole del movimento. non a caso (ho provato a farlo sul mio blog) quando inviti al confronto i grillini su questi aspetti loro svicolano, parlano d’altro, ripetono due slogan e, al massimo, dicono “ma è soltanto una tendenza, non un obiettivo preciso” oppure “il nostro è un programma di liste civiche, non si considerano le politiche nazionali” e altre cazzate del genere.

  2. Fabio ha detto:

    Un articolo tristemente infarcito di inesattezze. Ne cito una su tutte:

    quelli che insorgevano se il Cavaliere dichiarava immorale pagare le tasse e applaudono se è Grillo medesimo a replicare l’invito

    Grillo non ha mai dichiarato che pagare le tasse è immorale, ha addirittura detto, anzi, che è giusto pagarle, ma che se anche pagassimo il doppio di tasse tutto quello che accadrebbe è che chi poi le deve gestire farebbe il doppio degli sprechi. Per cui, Grillo vuole la destinazione d’uso delle tasse, vuole che sia il popolo a decidere per cosa pagare.

    Come vede, costa molte righe smentire una sola inesattezza, per cui mi perdonerà se non mi prendo la briga di smentire tutte le altre, ma ne basta una per rendere l’idea di quale sia l’impianto su cui si basa questo post: il sentito dire.

    • Carlo Pezzoli ha detto:

      Berlusconi diceva semplicemente che non è immorale evaderle, perché sono sproporzionate. Se poi pensiamo che servono a garantire gli appannaggi stratosferici dei funzionari, meglio ancora

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