“Contro tecnocrazia e populismo”

Dal Messaggero di oggi

di Stefano Cappellini

ROMA – «Siamo davanti a un duplice rischio. Le decisioni reali sono demandate a livello sovranazionale, cioè europeo, e lì vengono prese senza effettivo controllo democratico, con una deriva tecnocratica sempre piùaccentuata, come dimostra anche il fatto che in questa fase il ruolo politico principale è svolto, anche positivamente, dalla Bce. La politica invece si svolge a livello nazionale, ma quando questo livello è svuotato, e la facoltà di prendere decisioni reali è inibita, c’è il rischio di scivolare verso il populismo. Ed è a questa morsa tra tecnocrazia e populismo che bisogna sfuggire, lavorando per rafforzare l’integrazione europea sul piano politico e la partecipazione democratica». Massimo D’Alema descrive in questi termini la sfida che, a suo giudizio, grava sulla politica italiana.

Presidente D’Alema, lei parla di controllo democratico. È esattamente quanto i tedeschi hanno rimproverato a Monti: i governi non possono scavalcare i Parlamenti nel varo delle decisioni anti-crisi.
«Monti non ha voluto mettere in discussione il ruolo dei Parlamenti. Certo, avrebbe dovuto essere più cauto, perché stava parlando con un giornale tedesco, cioè di un Paese dove c’è grande rispetto del Parlamento, a differenza di quello che spesso accade da noi. In questo momento, comunque, non riconoscerei ai tedeschi il ruolo di campioni nella difesa della democrazia, anche perché il rischio è che si difenda la democrazia parlamentare soltanto dei paesi più forti mentre agli altri resta solo il dovere dei cosiddetti compiti a casa».

Alcuni partner dubitano delle capacità dell’Italia di portare avanti questi compiti. E temono che le prossime elezioni, liquidando l’esperienza del governo Monti, aprano la via a una fase di stallo, o peggio, di caos.
«Se l’Europa pensa di uscire dalla crisi liquidando la democrazia c’è qualcosa che non funziona. Noi siamo un grande paese sovrano, non una colonia. Nel 2013 andremo alle elezioni e chi vince governerà secondo il suo programma. Si tratta di un valore da difendere tutti insieme e mi preoccupa, sul fronte interno, sentire e leggere commenti che considerano questo fondamentale concetto democratico una pretesa partitocratica, un’ansia di rivincita del ceto politico. È in atto una indecente e sconcertante campagna qualunquista che non sarebbe considerata ragionevole in nessun paese del mondo. Peraltro, queste campagne hanno dei picchi ogni volta che si prospetta una stagione di governo della sinistra».

Non negherà che il fallimento dei governi a guida partitica abbia contribuito a precipitare il Paese in questa situazione.
«Non ha senso accusare la politica, in senso lato e generale. La politica è per definizione scissa. Il centrosinistra ha dimostrato al governo di essere una forza responsabile e affidabile. D’altro canto, noi abbiamo governato con personalità come Prodi, Ciampi, Amato e Padoa Schioppa che hanno rappresentato il massimo di coerenza europea e di garanzia di rigore che l’Italia abbia potuto ottenere in questi anni. Non è stata colpa della “politica”, ma del governo Berlusconi, eletto dal popolo italiano. La competizione elettorale si svolge in tutta Europa su due direttrici. Una è lo scontro sinistra contro destra, cioè una politica di sviluppo e giustizia sociale da una parte e una politica monetarista e liberista dall’altra. La seconda direttrice è europeismo contro populismo. Solo in Italia lo scontro è presentato come una sfida tra la cosiddetta casta e la società civile, una bella invenzione letteraria, una deformazione grave della realtà e un fattore di arretratezza rispetto al resto del continente».

Come si può conciliare la rivendicazione del sostegno al governo Monti con il messaggio di una svolta necessaria?
«Stiamo lavorando per costruire un asse di governo che garantisca la continuità giusta con questo esecutivo sul piano della credibilità internazionale, del rigore finanziario e della coerenza con le scelte e con gli accordi sottoscritti in sede europea. L’attuale è un governo di compromesso e di emergenza e non possiamo chiedergli di imprimere una svolta a sinistra. D’altra parte, se questo fosse il nostro governo non avrebbe il voto di Berlusconi. La svolta la dobbiamo imprimere noi, con il nostro impegno per il nuovo corso europeo, con le proposte di giustizia sociale, che mettano al centro la dignità e la remunerazione del lavoro a cominciare da una nuova politica fiscale, e il proseguimento della radicale riorganizzazione dell’amministrazione pubblica, correggendo le sovrapposizioni e gli sprechi burocratici di un federalismo che non ha migliorato la vita dei cittadini ma ha moltiplicato i costi».

Il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini, con il quale il Pd vorrebbe allearsi a pieno titolo nella futura maggioranza, chiede un governo di grande coalizione anche nella prossima legislatura.
«Non sono d’accordo. La considero una prospettiva di ingessamento che indebolirebbe le istituzioni. E sarei cauto a parlare di grande coalizione: è parola grossa se consideriamo quanta parte dell’elettorato non sostiene l’attuale governo. Per noi una collaborazione con Berlusconi è esclusa e non è auspicabile. Il paese deve essere governato. Ecco perché invito i nostri interlocutori a smettere la via dei veti reciproci. Se larga parte della sinistra si butta su posizioni populiste l’esito sarà quello greco, dove governa la destra. Vendola, che ha tutto il mio affetto e la mia stima, si renda conto che ha una grande responsabilità nello scongiurare questa deriva».

Ma come eviterete che l’asse con l’Udc di Casini e Sel di Vendola riproponga i vizi dell’Unione?
«Chiariamo un punto. La garanzia fondamentale del prossimo governo sarà il Pd, cioè una grande forza che, se gli elettori vorranno, con il loro consenso, potrà garantire coerenza e continuità con l’azione di governo. E poi io vedo sia a sinistra che al centro interlocutori seri, che si rendono conto che se la politica dovesse fallire nel governo del Paese, riproponendo divisioni e ingovernabilità, sarebbe un disastro dal quale nessuno si salverebbe. Serve una legge elettorale che consenta ai cittadini di scegliere non solo la persona, ma anche il partito a cui dare fiducia. In tutto il mondo o c’è il presidenzialismo o si vota per i partiti. È la democrazia. Certo, c’è un dovere di trasparenza verso gli elettori, e noi lo onoreremo dichiarando da subito che vogliamo governare con l’Udc e Sel. Detto questo, vorrei sapere in quale altro Paese si considera negativo che sia il Parlamento la sede per dar vita a un esecutivo. La democrazia comporta la delega. Persino nel Regno Unito, dove la teoria della legittimazione popolare diretta è massima, tuttavia conservatori e liberali hanno dato vita a un governo che non era stato proposto agli elettori prima del voto. In Italia si sarebbe gridato al ribaltone. Sono i guasti della cultura plebiscitaria».

Molti elettori di sinistra sono convinti che un governo con l’Udc bloccherà di nuovo le riforme sui diritti civili.
«È sciocco il ragionamento di chi dice: volete governare con l’Udc quindi non farete niente sui diritti civili. Ricordo bene quanto fu sofferto il dibattito sui Dico ai tempi del governo dell’Unione e quindi so che il problema non è l’Udc. Siamo in un Paese nel quale su questi temi è sempre stato problematico avanzare per via del peso – in tanti casi positivo, in questo caso a mio giudizio negativo – della Chiesa cattolica. Si deve sapere che a forza di mettere veti e pregiudiziali gli uni verso gli altri, sarà molto difficile creare un governo serio che rappresenti il Paese e anche la causa dei diritti civili non farà grandi passi in avanti. Sia chiaro, io non sono per cedere nulla, anzi, noi ci sforzeremo perché nel programma di governo ci sia una piattaforma, la più coraggiosa possibile, sui diritti civili. Ma vorrei ricordare che la legge sul divorzio e la legge sull’aborto furono ottenute quando la Dc era al governo e con il voto contrario del maggior partito di governo. Il che dimostra che si possono ottenere grandi avanzamenti sui diritti civili anche senza il consenso unanime della coalizione di governo».

Si fa strada nel Pd una corrente neo-socialista che mal tollera l’esperienza Monti e critica la parabola della sinistra italiana e dei suoi leader per la loro subalternità al liberismo.
«È una critica con la quale val la pena discutere. Per ora è l’unica idea nuova che viene dal nostro dibattito. E c’è del vero in questa analisi. Ma bisogna stare attenti a non trasformare la critica in un ritorno all’indietro e a non buttare il bambino e l’acqua sporca. E il bambino è l’apertura della sinistra al pensiero liberale, che è cosa differente dal liberismo che ha prodotto i guasti che conosciamo».

Tornando alla riforma elettorale, perché il Pd è così ostile al ritorno delle preferenze?
«Non voglio demonizzare le preferenze, ne ho prese più di 800 mila alle europee del 2004, preferisco illustrare i vantaggi della nostra proposta, cioè i collegi uninominali. Nei collegi ci si misura più direttamente con l’elettorato e il sistema è preferibile anche perché non innesca una competizione interna ai partiti e riduce molto i costi delle campagne».

Nel suo partito c’è chi vorrebbe risparmiarle la fatica della prossima campagna, sostenendo che lei, come buona parte del gruppo dirigente storico del partito, non deve essere ricandidato. Chiederà la deroga al limite dei mandati?
«Non ho mai chiesto deroghe. È sempre il partito che mi ha chiesto di essere candidato. Non c’è dubbio che la politica si possa fare anche fuori dal Parlamento e già adesso buona parte del mio lavoro si svolge a livello europeo. Sarà il Pd a decidere le candidature, valutando se la candidatura di D’Alema come di altre personalità sia utile oppure no».

Di Pietro ha attaccato il presidente della Repubblica citando Bettino Craxi.
«Sono dispiaciuto e preoccupato per la deriva di Di Pietro che mette profondamente in discussione il nostro rapporto con lui e crea malessere nella stessa Idv. Di Pietro che cita Craxi, poi, l’ho trovato davvero di cattivo gusto».

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