Il partito dei giudici

Dal Messaggero di oggi

di Stefano Cappellini

Esiste in Italia il partito dei giudici? Certo che sì. Potremmo definirlo così: il partito dei giudici è quel fronte trasversale che, con l’alibi di una emergenza che cambia faccia a seconda delle stagioni (terrorismo, mafia, corruzione, malapolitica), sostiene la necessità che la magistratura svolga un ruolo di supplenza, quando non di vera e propria sostituzione, rispetto alla politica.

Chi fa parte del partito dei giudici? Magistrati, ovviamente. Ma non solo: a loro si sono sempre affiancati partiti e associazioni, giornali e riviste, più quella magmatica forma di opinione pubblica che nella mitologia amica ha assunto di volta in volta la definizione di popolo dei fax, popolo della Rete, popolo viola e altre improbabili declinazioni di popolo. Il partito dei giudici non nasce con Tangentopoli, a differenza di quanto pensano i più, bensì alla fine degli Settanta, quando si sperimenta il primo laboratorio del giustizialismo e si creano alcuni dei circoli viziosi che hanno portato alla situazione attuale.

E nasce a sinistra, il che spiega in parte perché è diventato egemonico in un pezzo rilevante dell’elettorato di quel versante, quando i vertici del Pci decidono che occorre aprire un canale diretto con alcuni magistrati per orientare le indagini contro il terrorismo e massimizzare i risultati della repressione giudiziaria. È in questa fase che in nome dell’obiettivo di fondo – la difesa della democrazia e dell’agibilità politica – si comincia a sorvolare sulla liceità degli strumenti messi in campo: si forza il diritto (arresti preventivi di massa, cambio in corsa dei capi di imputazione, sforamento dei tempi d’indagine e di fermo), si perseguono i fenomeni anziché i singoli reati, si usano i mezzi di stampa amici per enfatizzare le inchieste e mitizzare l’azione dei pm, si promulgano leggi speciali e altre se ne invocano, in una rincorsa all’emergenzialità nella quale la politica sceglie di farsi ancella delle richieste che arrivano dalle Procure. D’altra parte, questo collateralismo finisce per orientare politicamente molte inchieste.

Lo sconfinamento dei poteri giudiziari prodotto negli anni della lotta al terrorismo viene quindi trasferito in blocco negli anni Ottanta verso la nuova emergenza e per un’altra causa in sé nobilissima: la lotta alla mafia. Sono gli anni in cui si estremizza l’uso barbaro del pentitismo (non occorre citare il caso Tortora), brandito come una clava e con la pretesa di utilizzare i collaboratori senza alcuna garanzia in tutte le fasi dell’azione giudiziaria. I giudici cominciano a diffidare pubblicamente la politica dal mettere mano a riforme che ripristinino le condizioni dello Stato di diritto. La situazione esplode poi con Tangentopoli, quando la molla della nuova emergenza, la sacrosanta lotta alla corruzione, unita all’indebolimento del collante sociale dei partiti, proietta i magistrati nella lotta politica senza più mediazioni e dissimulazioni. Si ripropone il solito catalogo di svarioni giuridici ma ormai sdoganato, con la teorizzazione esplicita della carcerazione preventiva come mezzo di pressione per estorcere confessioni, della gogna per gli imputati, delle condanne mediatiche come alternativa rapida alle condanne giudiziarie. Non è un trattamento che colpisce solo potenti e famosi (come se poi, in una società liberale, fosse lecito accanirsi su alcune categorie), e casomai il torto di molti garantisti part time è di accorgersi di questo stato di cose solo quando colpisce i più noti. E così, mentre i pm vanno in tv a chiedere di bloccare questo o quel provvedimento governativo, si comincia a vaneggiare di governo dei giudici (una proposta cui è dedicato un famigerato numero monografico di Micromega). Quindi, con l’arrivo delle intercettazioni e della loro allegrissima trascrizione in tempo reale sui quotidiani la magistratura diventa soggetto politico a tutto tondo, anzi di più: capace di imporre l’agenda politica, distruggere carriere, orientare scalate di Borsa.

Intendiamoci, questo non è il ritratto della magistratura italiana. È il ritratto di un suo pezzo che ha completamente smarrito il senso della propria missione, appoggiandosi a sponde politiche e sociali sempre più aggressive nelle loro crociate di presunta moralizzazione. In un’Italia segnata da scandali e malaffare, il partito dei giudici ha potuto avanzare e rafforzarsi, ha miscelato umori reazionari e insoddisfazione democratica, ha reso primitivo il dibattito pubblico sulla giustizia. Argomentare contro il partito dei giudici non è difficile. È inutile. Vuoi regolamentare l’uso dei pentiti? Sei colluso con la mafia. Critichi Mani pulite? Vuoi difendere la politica corrotta. Sei a favore di una legge che limiti la pubblicazione delle intercettazioni? Vuoi proteggere Berlusconi e i criminali. Fino all’ultimo caso: se difendi Napolitano dai vergognosi attacchi di cui è oggetto è perché non vuoi la verità sulla trattativa Stato-mafia. Né vale ricordare agli ultras delle manette i molti flop dei lori beniamini. Se un’inchiesta del partito dei giudici fa flop, questo viene negato o comunque giustificato con lo scatenarsi di forze ostili.

Nessuna buona causa può diventare una ragione per pretendere che uno dei poteri dello Stato invada il campo degli altri o per giustificare comportamenti totalmente fuori dal dettato costituzionale, oltre che dal codice di procedura penale. Purtroppo l’idea che questo sconfinamento sia non solo necessario ma addirittura auspicabile ha trovato invece terreno fertile, proliferando in una opinione pubblica che si considera ultrademocratica nonostante sostenga tesi che spingono in direzione esattamente opposta.

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