Il giovane Renzi

Dal Messaggero di oggi

di Stefano Cappellini

ROMA – La candidatura di Matteo Renzi alle primarie del centrosinistra è in sé una buona notizia. Un giovane amministratore, classe 1975, che ha il coraggio di proporsi per la premiership, e non inmodo estemporaneo o velleitario come accaduto in altre occasioni, rappresenta una svolta dopo un ventennio in cui tutti gli emergenti hanno preferito la via della cooptazione, scegliendo di ritagliarsi uno strapuntino di potere all’ombra di qualche padrino e rinunciando a provare il grande salto. Renzi no. È diventato sindaco di Firenze dopo aver vinto primarie alle quali partecipava da sfavorito. E c’era pure l’ostilità di gran parte del Pd. Ora ci riprova, e il suo esempio andrebbe raccolto anche nel centrodestra, dove il problema del rinnovamento della classe dirigente non è meno urgente.

La credibilità di Renzi come candidato premier si scontra però con alcuni limiti strutturali della sua proposta che riguardano, prima ancora dei contenuti, il suo modo stesso di concepire la politica. Nato giovane democristiano, in realtà figlio purissimo della Seconda Repubblica, Renzi è uno di quei politici che hanno costruito le proprie fortune sul distacco da ogni appartenenza. Il fatto che abbia scelto di non usare il simbolo del Pd nel suo tour per le primarie non è solo un’arma tattica per recuperare consensi nel campo di centrodestra, obiettivo dichiarato nel suo discorso, ma la naturale traduzione di un atteggiamento di diffidenza verso il suo, di partito, e in generale per la forma-partito, considerata un rimasuglio novecentesco da rottamare al pari dei vecchi dirigenti.

In questa sua concezione c’è pure una certa accondiscendenza verso alcuni dei luoghi comuni populisti dell’ultimo ventennio, la volontà di aderire a una immagine di politico che però non lo è di professione, e che deve risultare sempre pronto non solo a ripararsi dalle polemiche anti-casta ma addirittura ad accordarsi a esse se necessario. Ieri Renzi ha voluto prendere le distanze da alcuni eccessi che molte ostilità gli hanno creato in casa Pd («Se perdo, aiuto Bersani», ha spiegato), e però in passato ha sbandato vistosamente verso quel modello plebiscitario che, inaugurato da Berlusconi, è stato poi più volte replicato a destra come a sinistra, con la nascita dei partiti personali, non più forze politiche vere e proprie, ma grandi comitati elettorali al servizio del leader.

Renzi non è mai arrivato al punto di creare una sua forza politica, ma ha sempre alimentato l’equivoco del suo essere un po’ dentro un po’ fuori il Pd, senza rendersi conto che questo, oltre a indebolire la sua base di consenso nel campo democratico, nuoceva pure alla credibilità generale del suo messaggio.

Senza un legame forte con la comunità che si rappresenta e dirige, le proposte diventano dei mantra personali, e nemmeno troppo originali, perché le parole «futuro», «Europa» e «merito» – rilanciate ancora ieri – sono indifferentemente in bocca ai quattro quinti del mondo politico italiano e rischiano di diventare delle pure astrazioni, non molto diversamente dalla fumosa «narrazione« di Nichi Vendola (le similitudini tra Renzi e Vendola, con cui pure il sindaco di Firenze mai vorrebbe allearsi, sono notevoli nell’impostazione del loro personaggio).

Quando Renzi mira a collegarsi ai grandi innovatori della sinistra europea (innovatori che, peraltro, non hanno sempre imboccato la strada giusta) dimentica che Tony Blair o Gerhard Schroeder hanno potuto sedurre gli elettorati dei rispettivi Paesi perché prima hanno convinto il proprio partito. Si sono battuti all’interno del recinto, consapevoli che solo così avrebbero potuto risultare affidabili all’esterno. Giuste o sbagliate che siano le sue idee, Renzi questa battaglia ha invece sempre preferito aggirarla, appoggiandosi al mito della politica liquida, al rapporto diretto con la platea mediatica, a furbizie di marketing come il Wiki-pd.

Ecco perché quando spiega di puntare ai voti dell’elettorato berlusconiano deluso – obiettivo sacrosanto per un leader di centrosinistra – sembra più cercare il modo di sostituire i voti che gli mancano in casa propria con quelli razzolati altrove piuttosto che sommare gli uni e gli altri.

Si dirà: ora Renzi partecipa alle primarie, dunque si cimenta nella sfida dentro i democratici. Ma questa è una illusione, perché le primarie non possono diventare la scorciatoia per risparmiarsi la fatica di costruire davvero il consenso interno dentro grandi forze organizzate, come funziona in tutti i principali partiti europei nei quali la retorica anti-partito non ha superato il limite della più spinta demagogia.

Renzi potrà anche andare alla grande, alle primarie, sull’onda di una parola d’ordine comunque molto sentita come quella del rinnovamento generazionale, ma deve sapere che se anche superasse questo primo ostacolo, si troverebbe alle politiche nella non invidiabile condizione di risultare invotabile per una buona fetta del suo elettorato di riferimento e troppo poco affidabile per una gran parte dell’altro, che nel Renzi rottamatore rischia di vedere un brillante generale circondato da ufficiali ostili e truppe pronte alla diserzione.

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Una risposta a Il giovane Renzi

  1. La Rockeuse ha detto:

    In una parola: insopportabilmente democristiano. Dovrebbero rottamare lui.

    p.s. occhio a Fiore-Juve, sono certa che ci divertiremo ,)

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