In coda per Renzi

Molti sono convinti che un Matteo Renzi candidato premier alle prossime politiche vincerebbe le elezioni ma che non arriverà a giocarsi questa chance, perché perderà da Pier Luigi Bersani le primarie del centrosinistra. Io la penso più o meno all’opposto: credo cioè che Renzi abbia buonissime possibilità di battere Bersani e che per lui il difficile arriverebbe alle politiche (dove, al momento, appare scontato che il Pd sarà primo partito, però le possibilità che un democrat entri davvero a Palazzo Chigi passano tutte dall’entità del successo e Renzi rischia di perdere per strada molti voti, più di quelli che può trovare altrove, come ho cercato di spiegare qui). Renzi è immensamente più forte in una elezione primaria che in un voto generale. Innanzitutto, perché cambiano profondamente le ragioni che motivano le scelte di chi si presenta alle urne di due competizioni così diverse.

Dalle primarie del centrosinistra gli elettori non si aspettano un programma per l’Italia. Non sarà l’agenda di governo, né le credenziali nei rapporti con Merkel e Draghi, a spingere i cittadini in coda ai gazebo (questi temi non hanno mai contato granché, del resto). Una larga parte degli elettori che voteranno alle primarie sceglierà stavolta su un asse che non è destra/sinistra, credibile/non credibile bensì – piaccia o no – vecchio/nuovo. Delle ondate nuoviste, e dei danni che hanno prodotto in questo Paese, come all’indomani di Tangentopoli, si può pensare tutto il male possibile (io lo penso), il nuovismo di Renzi, oltretutto, è quantomeno stropicciato, specie nei contenuti: i suoi prestiti dai più vieti ritornelli liberisti suonano talvolta come un grunge dei Nirvana, molto primi anni Novanta. Ma la spinta al rinnovamento del centrosinistra è un’urgenza che ha dilagato, andando ben oltre gli orientamenti personali di iscritti e simpatizzanti del Pd. Renzi sarà votato anche da molti “sinistri” che non approvano il suo breviario confindustrialista, peraltro un po’ mitigato negli ultimi tempi, perché da troppi anni il Pd-Pds-Margherita-ecc. è in mano a una nomenclatura incartapecorita che, accanto ad alcune vecchie eccellenze (Bersani è una di queste), offre uno spettacolo politico (talvolta pure umano) non più tollerabile. Per oltre tre lustri questo ormai stanco ceto di notabili si è spartito ogni carica, con un vorticoso giro di poltrone, oggi tu ministro io capogruppo, e poi viceversa, quello presidente di commissione e quell’altro sindaco, ma sempre lo stesso giro di nomi – dieci, quindici persone al massimo – fino alla pantomima che è costata alla sinistra il Comune di Roma, con Veltroni che cerca di restituire la poltrona al precedente proprietario, Francesco Rutelli, creando un senso di rigetto in tantissimi elettori davanti a una così spudorata “privatizzazione” delle cariche. Il tutto senza contare il fardello di sconfitte che questa nomenclatura si porta appresso, un carico che non può essere certo riscattato da una eventuale vittoria alle prossime politiche. Su questo terreno Renzi è imbattibile. E solo gli sciocchi possono credere che a trascinarlo in alto alle primarie sia il voto delle truppe cammellate pidielline.

Più gente andrà a votare alle primarie, più salirà il rating di di Renzi. Su una platea di un milione e mezzo/due milioni di elettori, il peso della macchina organizzativa, unito alla discreta popolarità di Bersani, può ancora risultare decisivo a favore del segretario. Se la platea si allarga, è ancora tutto possibile (chiunque vinca, lo farà con un margine ristretto sull’avversario), il favorito però diventa Renzi, perché il voto di opinione pende dalla sua parte e l’inerzia del dibattito – per non parlare della cronaca, vedi caso Lazio – è tutta a suo favore. Persino l’ipotesi (sciagurata) di primarie a doppio turno – che secondo alcuni strateghi interni dovrebbero favorire Bersani – rischia di tramutarsi in un ulteriore vantaggio per il sindaco di Firenze. Non solo perché gli concede un secondo colpo in canna, ma anche perché è miope la lettura di chi pensa che il voto a Vendola (sempre ammesso che si presenti) si travasi in blocco a Bersani al secondo turno. Certo, questo accadrà con i consensi più militanti, ma Vendola ha il torto di essersi fatto scippare il tema del rinnovamento: tanti che al primo turno potrebbero puntare su di lui per maggiore affinità politica, al secondo sarebbero con Renzi, perché – se il frame decisivo è il rinnovamento – è lui la seconda scelta, non Bersani. Ma ho il sospetto che questo il leader del Pd l’abbia capito benissimo e la sua insistenza affinché il governatore della Puglia si candidi nasca proprio dalla convinzione che, in una certa area d’opinione, Vendola può intercettare voti che altimenti finirebbero a Renzi.

Dunque “il centrosinistra è finito se vince Renzi”, come dice Massimo D’Alema? Questo è vero, se per centrosinistra si intende la vecchia area – ora molto ridotta come numero di partiti all’interno – che negli anni della Seconda Repubblica ha fatto coalizione. Ed è in parte vero anche per il Pd, partito che senza aver celebrato alcun congresso si troverebbe ad affrontare le elezioni decisive con una linea completamente diversa da quella fin qui perseguita, figlia di un colpo di scena dell’ultim’ora (ma queste sono le anomalie della stagione delle primarie, e prima o poi bisognerà che la sinistra ci faccia i conti una volta per tutte). Ma il problema – per D’Alema – è che concordano con la sua affermazione anche molti elettori democratici determinati a scegliere Renzi, e non per simpatie cripto-berlusconiane, ma perché ormai il loro obiettivo prioritario è appunto finirla con quel centrosinistra. Anche a costo di candidare alla premiership chi stava “con Marchionne senza se e senza ma”.

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Una risposta a In coda per Renzi

  1. La Rockeuse ha detto:

    Dai, seriamente… chi si mette in coda per Renzi?

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