Il mito del buon civico

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Dal Messaggero
di Stefano Cappellini
Imprenditori, giornalisti, docenti universitari, magistrati, sportivi, artisti. Mai come questa volta le liste dei partiti si stanno riempiendo di candidati espressione della cosiddetta società civile. È un bene? Un male? Una risposta in senso assoluto non esiste, perché ogni candidatura è diversa da un’altra, nasce da percorsi individuali che meritano di essere giudicati per sé. Anzi, è proprio di chi offre risposte tagliate di netto che bisogna diffidare di più.
Prendiamo il caso dei cantori dell’anti-professionismo in politica. Per anni, all’indomani di Tangentopoli, un robusto coro ha cantato la superiorità della società civile sulla politica. Per gli ideologi di questa tesi – di solito personalità ben assise su cattedre mediatiche o finanziarie – la lettura della realtà italiana era molto elementare: da una parte la politica sporca e inefficace, dall’altra la società virtuosa e produttiva. La prima impegnata a soffocare novità e crescita, la seconda costretta con la forza del sopruso a non dispiegare il proprio fantastico potenziale. La narrativa anti-politica ha quindi descritto i partiti come corpo avulso dalla società, alimentando l’idea che non andassero partecipati, cambiati o anche, all’occorrenza, scalati con ostilità, bensì sfidati, spianati, estinti. E da questa concezione derivava un preciso galateo ideologico: iscriversi ai partiti era cosa disdicevole, le sezioni un’anticaglia, i politici di professione una ottusa e corrotta nomenclatura.
Questo coro si è affievolito negli ultimi tempi, non perché sia risalita la popolarità dei politici (i quali, del resto, non hanno fatto molto per meritarlo) ma perché il mito della buona società civile si è infranto su una lunga serie di disastrose esperienze che hanno dimostrato in modo inconfutabile che i non professionisti della politica sono spesso capaci di fare peggio dei più blasonati colleghi. Basti pensare, per fare pochi ma solidi esempi bipartisan, alla diversità di rendimento tra ministro e ministro all’interno del governo dei tecnici, al modo in cui si sono chiuse le ultime due consiliature regionali nel Lazio, entrambe guidate da non politici, o allo spettacolo offerto in Parlamento dall’agopunturista Domenico Scilipoti ovvero dall’imprenditore Massimo Calearo (ma l’elenco potrebbe essere sterminato). E siccome c’è un limite alla difendibilità di certe tesi, oggi i teorici del buon civico – davanti alla nuova infornata di candidati presi dal mondo delle professioni – si stanno attestando in gran parte su una nuova linea: la società civile è sempre buona e cara ma sbaglia ad accettare le candidature offerte dai partiti, perché così facendo finisce sotto il tallone delle segreterie, si condanna a un destino da pigia-bottoni in Parlamento e fa da foglia di fico sul tema del rinnovamento della classe dirigente. Il che produce un bel cortocircuito, perché ad assecondare questa visione delle cose bisognerebbe concludere che, restando la politica una cosa sporca, ma essendo i non politici diffidati dal contribuire a migliorarla, l’abolizione della democrazia e delle elezioni pare l’unico modo di uscire dallo stallo.
La verità è che l’ondata di salite in politica è al tempo stesso una possibile cura per un sistema che ha disperato bisogno di competenza e rinnovamento, ma anche il sintomo finale di un disastro culturale. Quello che ha reso l’Italia l’unico paese a democrazia avanzata nel quale i partiti – devastati da un ventennio di demagogia spiccia, sviliti e parodiati da leader che, forti dello spirito del tempo, hanno messo in campo soggetti personali e padronali – non sono più capaci (o lo sono solo in parte) di produrre al proprio interno una classe dirigente degna di questo nome. Figlia cioè di un cursus honorum grazie al quale sia possibile arrivare al Parlamento avendo prima scelto una famiglia politica, conquistato l’esperienza di un consiglio comunale o regionale, e quindi anche affrontato il difficile passaggio della raccolta del consenso. La gestione della cosa pubblica richiede competenze e abilità che non si acquistano da un giorno all’altro, e spesso non basta essere stimati professionisti di altre categorie per cimentarsi con successo nell’impresa. Naturalmente il Porcellum ha rappresentato l’atto finale della degenerazione perché ha incentivato il fenomeno della composizione delle liste in stile casting televisivo: si può star certi che, senza il meccanismo della nomina blindata, molti dei neocandidati si sarebbero guardati dall’accettare una competizione nella quale avrebbero rischiato di rimanere sconfitti.
La politica, a dispetto della propaganda qualunquista che spesso unisce i migliori salotti e i peggiori bar, è una professione. Come tutte le professioni, ha bisogno di apprendistato e si esprime al massimo livello quando è escercitata nel professionismo. E la scuola della buona politica è, in tutto il mondo, una sola: i partiti. Veri, vivi, teatro di scontro delle idee e delle persone. Solo riaffermando questo concetto sarà possibile ricostruire le fondamenta di un buon sistema e si potrà guardare alla partecipazione della società civile come a un arricchimento, e non come a un reclutamento forzato, una mossa obbligata per mascherare il vuoto creato nel cuore della cosa pubblica da vent’anni di campagne demagogiche.
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Una risposta a Il mito del buon civico

  1. La Rockeuse ha detto:

    Se si candidava, che ne so, Renato Zero, lo votavo.

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