Ricolfi e i diversi di sinistra

skuli

Piccola premessa personale. Ho lavorato per quasi dieci anni in un giornale, Il Riformista, che aveva costruito gran parte della sua credibilità e autorevolezza nel racconto spesso impietoso e nell’analisi mai tenera di divisioni, vizi ed errori (o presunti tali) del principale partito della sinistra: i Ds-Margherita-Ulivo prima, Partito democratico dopo. Materiale giornalistico ne è sempre arrivato molto da quei lidi e, almeno nei suoi anni migliori, Il Riformista questo è stato: un giornale chiaramente nel campo del centrosinistra, ma con rivendicata licenza di disturbare il manovratore. Di disturbare quando le notizie lo imponevano o quando pareva interessante, utile, giusto farlo. Magari sbagliando – i giornalisti, ovviamente, possono toppare quanto e più dei politici – ma mai a prescindere.

La premessa è utile a ribadire che la prima regola di un buon giornalismo è non fare sconti, nemmeno ai soggetti – che siano persone o partiti –  più vicini al proprio mondo culturale e politico di riferimento (una ovvietà, direte voi, ma mica tanto se esistono testate che non perdono occasione per ripetere di essere le uniche libere e poi si dimenticano di dimostrarlo anche quando le inchieste giornalistiche investono amici  e idoli). Ma la premessa serve anche a mettere in guardia da una degenerazione, da quello che negli ultimi anni è diventato un genere giornalistico a sé stante. Lo chiameremo: il format del fuoco amico.

Sfruttando l’alibi di una sedicente collocazione di campo a sinistra è cresciuto un pool di professionisti che dell’avversione e della critica feroce al Pd hanno fatto un mestiere (ne avevo già scritto, in un altro contesto, qui). Sempre cercati e valorizzati dai media perché la dichiarata appartenenza alla famiglia della sinistra rende più notiziabili le loro prese di posizione, caratterizzate da un tasso di dissenso dalla presunta propria parte politica che sfiora il cento per cento.

Prendiamo il caso di Cacciari. Da anni impartisce lezioni al Pd su come si vince, e specie su come si vince al nord, lezione sempre pronta in orale e per iscritto ma che per una disgraziata coincidenza il professore aveva smarrito tra un tomo di Heidegger e uno di Spinoza nelle settimane del 2000 in cui Giancarlo Galan lo asfaltava nella corsa alla presidenza della Regione Veneto. Ma per carità, la debacle sarà senz’altro stata anch’essa colpa di Roma, in questo caso democrat oltre che ladrona. Cacciari è invitato in tv e intervistato con cadenza regolare sui quotidiani perché si aspetta con ansia il momento (arriva, arriva sempre) in cui darà delle “teste di cazzo” ai dirigenti della sinistra. Naturalmente, lo ha fatto anche dopo le ultime elezioni. Perché “funziona”? Perché si suppone che Cacciari parli da dentro il recinto della sinistra, e a nessuno pare importare che nel frattempo, solo per dirne una delle cento possibili, sia stato spin doctor dell’avventura di Montezemolo (ma ha smesso pure quei panni prima del voto), avventura naufragata con numeri ben più miseri di quelli racimolati dal Pd. Nessuno chiede conto a Cacciari del disastro Montezemolo, ma se Cacciari chiede conto a Bersani, microfoni spianati e rughe pensose sui volti degli astanti.

Poi c’è il professor Luca Ricolfi. Ricolfi è un sociologo noto ai più per aver scritto un libro in cui sostiene che quelli di sinistra risultano antipatici a causa della loro pretesa ma infondata superiorità antropologica e politica sul resto del mondo. Un’osservazione non priva di fondamento, ma ripetuta ossessivamente e con indifferenza rispetto al trascorrere dei leader, delle stagioni, dei programmi. Il professore l’ha ribadita, in ultimo, anche dopo il voto del 25 febbraio, ospite di un talk tv dove peraltro ha spiegato così la contrarietà del Pd a una nuova grande coalizione di governo: “Non vuole contaminarsi con il Pdl”. Proprio così, contaminarsi.

La chiave di lettura dell’antipatia della sinistra è un’analisi politologica di successo e di immediata fruibilità, ma prima ancora che una analisi è un’esca emotiva: esistono frotte di (e)lettori che non aspettano altro che sentirsi dire che la sinistra è brutta e cattiva da un tale che si dichiara di sinistra, tanto quanto è pieno di sinistrorsi di bocca buona che non aspettano altro che di vedere il medesimo spettacolo replicato a destra (ci sono “intellettuali” ex finiani che vivono ancora della rendita accumulata con questo gioco e per qualche settimana, sui profili di molti social network, si scriveva del Crosetto anti-Silvio come di un Giscard).

Il successo di questa chiave di lettura è diventata per Ricolfi il grimaldello per offrire tutto un repertorio di supposte verità. Cioè, siccome io mi dichiaro di sinistra, ma non ho paura di gridare al mondo quanto antipatici e impresentabili siamo, ne guadagno una patente di credibilità che mi permette di offrire il resto delle mie ricette come altrettante certezze di contorno, grazie al marchio doc di onestà intellettuale. Certezze tipo il Pd perde al nord (ridàgli, basterebbe uno studente al primo anno di statistica per dimostrare che i democratici hanno perso le elezioni al sud sia nel 2008 che nel 2013), oppure il Pd perde perché non abbastanza liberista. E pazienza se il polo dichiaratamente liberista, quello montiano, si è arenato al 9 per cento mentre è arrivata al 25 una forza come il M5S che con il liberismo non c’entra nulla.

Non per Ricolfi, però.

Il primo a farsi una ragione del successo grillino è proprio lui, che in un editoriale sulla Stampa di ieri si è dedicato alla demolizione degli otto punti che Bersani si prepara a offrire al Parlamento per ottenere il via libera a un governo da lui presieduto. Ricolfi ha, a mio giudizio, delle ragioni quando imputa a Bersani un eccesso di genericità e di scarsa comunicabilità delle proposte. Più controversa, ai fini del suo ragionamento e della tenuta logica della sua stroncatura, è la premessa dalla quale muove, iscrivendosi tra i supporter del Cinquestelle: “Noi elettori di questo sfortunato paese non avevamo altro mezzo per dare un segnale ai partiti forti che votare Grillo”. Si tratta di un noi ambiguo, non è del tutto chiaro se Ricolfi abbia anche materialmente messo la croce sul M5S o se stia usando la prima persona plurale per interpretare e condividere un agire collettivo di cui lui si fa esegeta compiaciuto. Non cambia comunque molto, l’escamotage dialettico è chiaro: mettersi dalla parte del vincitore.

Perché, per stroncare il Pd, un intellettuale liberal-liberista come Ricolfi ritiene necessario “iscriversi” al M5S? Azzardiamo due ragioni. La prima è che alcuni commentatori non tollerano di sentirsi estranei allo spirito del tempo. La seconda è che trovano insopportabile l’idea di non poter più continuare a scrivere “l’avevo detto” e così cercano di rivendicare una coerenza di pensiero che, ahilei, esce invece malconcia alla prova di una verifica logica e fattuale.

È evidente che molti elettori, votando Grillo hanno inteso dare un ultimatum ai partiti classici, chiamiamoli così. Ma in che direzione? Con tutta evidenza, il Pd non ha certo perso voti verso il M5S per un deficit di liberismo, e il M5S ha fatto boom con un distillato di proposte che non è esagerato definire, programma alla mano, di puro anti-ricolfismo, e per di più mettendo in cima alla comunicazione della campagna elettorale un’affermazione assoluta di superiorità antropologica, morale e politica del cittadino grillino rispetto al non grillino (quelli di sinistra, evidentemente, sono superiori solo nel risultare più antipatici a parità di spocchia con gli altri). Ma Ricolfi, l’ondata di voti al M5S, la racconta così: abbiamo spinto Grillo al successo perché Bersani tornasse sulla retta via. La sua. Che suona un po’ come iscriversi all’Arci-caccia per salvaguardare i fagiani, o finanziare Militia Christi per favorire il varo delle nozze gay. E infatti Ricolfi cade subito in tragica contraddizione quando addebita al leader Pd “un umiliante strizzare l’occhio a Grillo”. Cioè, Ricolfi sta con Grillo per spronare Bersani, ma poi Bersani non deve strizzare l’occhio al programma pentastellato ufficiale e ai quasi dieci milioni di elettori che l’hanno votato, bensì a Ricolfi, mosca cocchiera salita sul carro di Grillo per aprire la via alla rivoluzione liberale. E in cosa si doveva tradurre negli 8 punti la rivoluzione liberale? Nell’abolizione dei rimborsi elettorali…

Ma il passaggio rivelante del cortocircuito “io di sinistra che speravo in un’altra sinistra vi spiego perché la sinistra sbaglia” è un altro ancora. Ricolfi si scaglia contro “una riproposizione del medesimo linguaggio usato in campagna elettorale, un linguaggio che, se (forse) ricompatta la base dei militanti è invece del tutto controproducente quando si cerca di arrivare all’elettore normale”. L’elettore normale. Non sappiamo su che basi, agli occhi di Ricolfi, si possa distinguere l’elettore normale dall’elettore a-normale di sinistra (la acritica fedeltà di quest’ultimo? La sua stupidità? Magari l’antipatia, e tutto torna). Di sicuro è finita che dopo una carriera giornalistica passata a spiegare agli elettori di sinistra “guardate, vi illudete se pensate di essere diversi”, Ricolfi conclude così: siete diversi. In fondo, è un altro modo infallibile per darsi ragione.

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6 risposte a Ricolfi e i diversi di sinistra

  1. azioneparallela ha detto:

    A parte l’elevata improbabilità che Cacciari si smarrisca tra Hiedegger e Spinoza, che li tenga più o meno vicini e che li legga più o meno uno dopo l’altro (e più in generale che legga Spinoza, mentre Heidegger sicuro lo legge), il post è praticamente perfetto (e Ricolfi antipatico)

  2. iomenicola ha detto:

    Impeccabile. Bravo Cappellini.

  3. Antonello saba ha detto:

    Ottimo. Da conservare, perché non manchera’ qualcun’altro a cui si adattera’ alla perfezione.

  4. Andrea ha detto:

    splendido. Sei in forma smagliante ultimamente

  5. Eleonora ha detto:

    perfetto. il radicalchicchismo della sinistra di cacciari è insopportabile.

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