Quell’autogol dei democrat

BERSANI-RENZI, COMIZIO A FIRENZE PER 'CONQUISTARE' IL NORD

Dal Messaggero di oggi

di Stefano Cappellini

Sostiene Matteo Renzi di essere stato vittima di un raggiro: gli era stato garantito dal Pd che sarebbe stato tra i grandi elettori per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Doveva essere la Regione Toscana a indicare Renzi come uno dei tre delegati ma l’accordo – spiega il sindaco di Firenze – è saltato a causa di «telefonate da Roma». Un’accusa che chiama in causa, pur senza farne il nome, il segretario Pier Luigi Bersani. Il quale, per parte sua, nega con forza di essersi mai interessato, e quindi di aver fatto pressioni, per sbarrare la via a Renzi. Non c’è motivo di non credere a Bersani e sarebbe meglio se alle «telefonate da Roma» fosse dato un nome e cognome. Ma, al netto delle attribuzioni di responsabilità, è chiaro che qualcosa nel Pd non ha funzionato e la mancata designazione di Renzi appare come uno sgarbo inutile e, peggio ancora, un errore politico.
Renzi è sì uscito sconfitto dalle primarie per la premiership, ma ha raccolto un consenso vasto sia all’interno del Pd che nell’elettorato di riferimento. Un consistente numero di parlamentari democratici fa riferimento a lui. La sua presenza in aula in occasione del voto per il nuovo capo dello Stato avrebbe rappresentato il riconoscimento di questo ruolo effettivo e accresciuto il valore politico delle scelte che il Pd vorrà fare sul Quirinale.
Certo, Renzi è già in campo in vista di nuove probabili elezioni ed è naturale che nell’attuale gruppo dirigente del Pd qualcuno guardi con ostilità alle sue mosse tattiche o alle sue posizioni di merito. Ma non è certo Renzi l’ostacolo sulla via di un governo Bersani. Se il segretario del Pd non è approdato a Palazzo Chigi è perché la politica è implacabile quando il responso elettorale la trasforma in matematica: i numeri per la fiducia alle Camere non ci sono. L’attivismo di Renzi, casomai, mette in discussione la possibilità che Bersani possa ricandidarsi ancora. Ma su questo punto sarebbe utile, nell’interesse generale, sgomberare il campo dagli equivoci: così come Renzi non può pensare di correre per Palazzo Chigi senza o contro il Pd, così il Pd non può dare l’impressione di trattare Renzi come un nemico. Tanto più che, in caso di ritorno alle urne, Renzi appare oggi ai più – si vedrà se a torto o ragione – come l’unica figura in grado di sbloccare lo stallo nei rapporti di forza tra le forze principali, spostando verso il Pd consensi sia dal centrodestra che dal Movimento 5 Stelle. La mortificazione di Renzi risulta perciò ancora più incomprensibile a larga parte dell’opinione pubblica, né qualcuno può illudersi che possa servire a modificare lo stato di cose.
Il Pd avrebbe dovuto blindare la nomina di Renzi perché, con questa scelta, avrebbe sottolineato la sua natura di partito plurale, capace di presentarsi nella miglior formazione alla prima seduta comune del Parlamento fissata per il 18 aprile. Avrebbe con ciò colto una piccola ma simbolica occasione per riaffermare il valore della democrazia fondata su partiti veri, solidi e contendibili, piazzando un paletto su un terreno – quello delle forme della rappresentanza – sul quale è Renzi ad aver talvolta mostrato la tentazione di inseguire alcune parole d’ordine del grillismo.

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Una risposta a Quell’autogol dei democrat

  1. Bruna Dini ha detto:

    Lettura piacevole con la quale mi trovo, acciderba, in totale disaccordo. Me ne farò una ragione 😉

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