La scadenza del Pd

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“Il Partito democratico è l’unica speranza per il Paese”. Lo ha sostenuto in campagna elettorale Pier Luigi Bersani. Lo ripete adesso, pur con argomenti e obiettivi diversi, Matteo Renzi. Ne erano sicuri, senza dubbio, anche molti elettori che alle politiche hanno votato Pd magari senza troppo entusiasmo, convinti però (difficile dar loro torto) che non esistesse altro modo di investire seriamente il proprio voto, dal momento che le alternative consistevano nella screditata e ormai patetica autocrazia berlusconiana ovvero nell’ottuso settarismo grillino. Dopo due mesi di stallo post-elettorale e altri tre di incerta navigazione del governo Letta-Alfano, che di quello stallo è tragicamente figlio, all’affermazione di partenza è ora doveroso aggiungere un punto di domanda: il Pd rappresenta ancora una speranza?

La risposta, a mio giudizio, non può che essere categorica: questo Pd – il questo è da intendere sottolineato – no, non rappresenta più una speranza e non meriterebbe sostegno elettorale nemmeno se la pistola puntata alla testa degli elettori fosse nuovamente l’impresentabilità degli antagonisti.

La vicenda kazaka – gravissima, indecente, archiviata con sfrontatezza dal governo – ha rappresentato il punto di caduta finale per un gruppo dirigente che, consapevole di aver sciupato a febbraio l’ultima occasione per legittimare la propria leadership, ha deciso di asserragliarsi nel fortino di un esecutivo condannato all’inazione per provare a darsene un’altra, di occasione, e magari un’altra ancora dopo, a dispetto di tutto: risultati, consenso, pudore. Ma intendiamoci bene: il pasticcio Ablyazov è solo l’ultima tappa di un piano inclinato, una via lastricata di buone intenzioni e di pessime prove che sta conducendo a una destinazione imprevedibile, la scomparsa della sinistra in Italia: quella cosiddetta radicale è già morta e sepolta sotto il peso degli errori e della vanagloria suoi leaderini; quella riformista, di governo, rischia di uscire di scena uccisa dal doroteismo di una nomenclatura da anni specializzata solo nel mantra del non qui non ora, capace di mascherare i propri insuccessi dietro alibi ogni volta diversi – la non vittoria, la responsabilità nazionale, le avverse congiunture – per sottrarsi al giudizio finale con la stessa scaltrezza di quei capitani d’industria che dissimulano il controllo delle società dietro un impianto di scatole cinesi o complicate filiere di holding estere. Lo stesso i dirigenti del Pd: bisogna salvare Alfano? Questo è l’unico governo possibile, spiegano, e non può cadere, pena il caos. E perché è l’unico governo possibile? Perché non abbiamo vinto le elezioni, si risponde. E perché non le hanno vinte? Colpa del Porcellum, congegnato per perpetuare la paralisi. E il Porcellum, colpa di Berlusconi. La sua mancata riforma idem. Una catena di giustificazioni senza soluzione di continuità, alla cima della quale è impossibile risalire trovando una risposta che riporti la critica e l’assunzione di responsabilità all’interno del gruppo dirigente. Sicché, in ultimo, nessuno è mai davvero chiamato a rispondere.

Gli ultimi due leader si sono dimessi uno, Walter Veltroni, agitando lo spettro del boicottaggio interno, così efficace e diabolico – a detta di Veltroni – da sabotare un impianto politico che si continua a supporre perfetto, di più, addirittura l’ideale assetto cui tornare. L’altro, Pier Luigi Bersani, che pure ha condotto il partito con mano più salda e con un bilancio elettorale ben diverso (almeno fino a febbraio…), al termine di sei mesi orribili che hanno visto il Pd condurre una campagna elettorale conservativa, perdere l’occasione di conquistare la maggioranza, fallire la creazione di un governo di cambiamento, cecchinare due candidati al Quirinale e padri nobili democrat come Romano Prodi e Franco Marini e infine ridursi a formare quel famigerato governo con Brunetta e Gasparri additato ai propri elettori come l’unica opzione impraticabile, ebbene a chiusura di questo filotto, e dopo le sue dimissioni da segretario, alla domanda se avesse qualcosa da rimproverarsi, Bersani ha recintato l’autocritica a questa considerazione: “Non aver insistito di più sul tema dei costi della politica”. Il che, peraltro, suona quasi offensivo dell’intelligenza altrui, detto da un leader della caratura di Bersani, ché se davvero bastava tanto poco a evitare un simile tracollo ci sarebbe da macerarsi senza tregua per non aver provveduto. Quanto al segretario pro tempore che ha retto la ditta tra Veltroni e Bersani, quel Dario Franceschini che oggi è il ministro di punta del Pd nel governo, e che risulta tra i più accesi sostenitori del rinvio di un congresso Pd che dovrebbe apparire urgente a chiunque abbia a cuore le sorti della sinistra italiana, basti dire che si candidò contro Bersani sostenendo in un videomessaggio che scendeva in campo alle primarie per la leadership “per non riconsegnare il partito a chi c’era prima”. Cioè a se stesso, tra gli altri, dato che il patto di sindacato che governa i democrat è immutato nella composizione da vent’anni e si è scomposto temporaneamente in maggioranze e minoranze costruite con l’unico criterio delle cordate e dello scambio interno di quote blindate, garantendo una turnazione di ruoli buona per ogni stagione con un semplice scambio di poltrone tra un palazzo e l’altro. Questo stato di cose era ben chiaro già prima del passo falso alle elezioni, tanto che Bersani aveva sfruttato l’onda lunga del renzismo, il dilagare della parola d’ordine della rottamazione, per provare a emanciparsi dai capicorrente, salvo ora, con la fondazione della corrente, essere rientrato a pieno titolo nel meccanismo, reclamando la sua quota azionaria.

L’effetto collaterale della ecumenica organizzazione per gruppi di potere è stata una perdurante e strutturale vaghezza sulle proposte politiche, una vacua giaculatoria di altre Italia, e giuste (Bersani) e diverse (Veltroni) e serie (Prodi), una debolezza programmatica esemplificata al massimo livello dalla situazione attuale, che non solo vede in carica quel governo che mai – secondo il Pd – avrebbe dovuto vedere la luce ma dove, per giunta, in cima all’agenda dell’esecutivo c’è l’opinabilissima abolizione dell’Imu, che era e sempre resterà cavallo di battaglia berlusconiano, mentre il tema evocato come centrale in campagna elettorale da Bersani – il lavoro, la precarietà, la tutela dei non garantiti – è ora in mano a un ministro che propone di rivedere al ribasso quella riforma Fornero già capolavoro di immoto bizantinismo. Allo stesso modo, un’altra paradigmatica vicenda testimonia l’oscillazione quasi schizofrenica tra un immobilismo di fondo e un improvviso massimalismo nei momenti di sbando. Succede infatti che la stessa forza politica incapace di mettere in cantiere una legge sul conflitto di interessi nelle due legislature in cui ha governato si è lasciata tentare, in alcune sue parti, dalla via della ineleggibilità contro Berlusconi, sulla base di codicilli vecchi più di mezzo secolo e già interpretati a favore del Cavaliere dal Parlamento. Una linea insostenibile, un puerile revanscismo leguleio che pare congegnato apposta per fornire nuovi e solidi argomenti persino ai propagandisti berlusconiani più sguaiati.

Si dirà ora a questo punto: un’alternativa in campo c’è. Matteo Renzi non è nel patto di sindacato Pd, non intende farsene cooptare e anzi lo ha apertamente sfidato alle primarie per la premiership dell’autunno scorso e, con tutta probabilità, lo farà nella corsa alla segreteria del prossimo congresso. Vero. Credo si debba aggiungere che anche solo prendere in considerazione l’idea di un Pd che si presenta alle prossime politiche con un candidato premier diverso dal sindaco di Firenze appare lunare. E che Renzi in campo è l’unico vero antidoto contro due opposte ma speculari tentazioni all’interno del Pd, quella di chi vorrebbe ritrasformarlo in un Pds e quella di chi – una parte dell’area ex Ppi – evoca scenari di Kadima all’italiana con l’obiettivo di fondere, alla chiusura dell’esperienza Letta, pezzi di Pd, di Pdl e di montismo vario all’ombra del Ppe. Ma di certo non è la candidatura Renzi che, da sola, garantisce una ripartenza effettiva ai democratici.

I dubbi – pesanti – sulla futuribile stagione renziana sono due. Il primo è legato all’idea di partito che Renzi coltiva ed espone come punto qualificante del suo pensiero. Un’idea di partito cosiddetto leggero – Veltroni diceva “liquido” – costruito in forma aperta, leggi plebiscitaria, che si trasforma in sostanza in comitato elettorale al servizio del leader di turno annacquando il suo profilo identitario fino a scioglierlo sul modello non dichiarato – né dichiarabile – dei club di Forza Italia della prima ora. Per Renzi questa opzione è in parte una necessità di strategia bellica – lo svantaggio di forze rispetto a chi controlla le leve organizzative lo spinge a disarticolarle più che a farle sue – in parte una scorciatoia indegna delle sue ambizioni. Renzi pare infatti volersi risparmiare uno sforzo culturale invece indispensabile, cioè costruire una impalcatura ideologica forte, organica, che cementi la sua comunità politica e, con essa, la sua leadership che rischia altrimenti di galleggiare sulle malferme basi di un neo-prodismo (Renzi leader in continua e logorante contesa con la base parlamentare che lo sostiene) e del sondaggismo (quella degenerazione populistica per cui i leader si presentano una volta alla settimana alla tv per insistere sui temi che i suggeritori indicano in cima ai gradimenti della platea elettorale). Non bastano certo le agili pubblicazioni targate Mondadori a colmare questa lacuna: serve una squadra vera (qualcosa di più dei fedelissimi peones che si distribuiscono le ospitate televisive), un impianto teorico serio (ma qualcosa si è mosso con la recente stesura del manifesto economico firmato da Yoram Gutgeld, deputato democrat e consigliere economico di Renzi).

L’avere finora evitato questa fatica introduce il secondo dubbio su Renzi. E’ possibile immaginare un Renzi solidamente incardinato su un impianto di ampio respiro per il governo del Paese o la volatilità politica è un suo tratto distintivo ineliminabile? Il Renzi che guiderà il Paese sarà quello che sul lavoro compulsava gli articoli di Ichino o l’ispiratore del manifesto laburista di Gutgeld? Il marchionniano senza e senza ma del referendum di Pomigliano e Mirafiori o il detrattore di Fabbrica Italia? Il Renzi convinto che il Pd non deve inseguire Grillo o quello che, proponendo l’abolizione integrale del finanziamento pubblico e titillando i più bassi umori anti-casta, propone di fatto al Pd di diventare Grillo?

Senza una risposta chiara a queste domande non sarà l’ascesa di Renzi, ammesso che l’impresa gli riesca, a rendere questo Pd una speranza per il Paese.

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4 risposte a La scadenza del Pd

  1. Dylan ha detto:

    Non sono mai riuscito a comprendere, nei fatti, dove sta la differenza tra il partito “liquido” di Veltroni e il partito “pesante” di Bersani. In questi ultimi quattro anni quali cambiamenti ha visto il PD? Non è che stiamo facendo del mero nominalismo?

  2. leggo leggo.. fino alla fine e non trovo accenno ad altre idee “minoritarie” (che poi è il tratto comune delle correnti PD di essere TUTTE assolutamente Minoritarie…) che nel partito ci sono e si stanno muovendo.
    Voglio dire.. Cuperlo mi pare la chiara ‘restaurazione’ del partito di sinistra.. una Rifondazione Diessina – con rispetto per carità- , un’idea di un partito non certo liquido ma forse troppo pesante…
    E poi l’antipatico Civati? insieme al Funzionario Barca? eppure quando ho letto «… costruire una impalcatura ideologica forte, organica, che cementi la sua comunità politica e, con essa, la sua leadership che rischia altrimenti di galleggiare sulle malferme basi di un neo-prodismo… » ho pensato a questi due. Anche se il Catoblepa può fare un po’ paura e la Mobilitazione Cognitiva fa venire 2 linee di febbre solo a nominarla… ma la strada passa di lì. Credo io.
    Non ci sono troppe altre vie. Questo partito (l’unico) è fatto dai militanti. E le decisioni sono invece appannaggio della classa dirigente arrivata lì e ben radicata.
    O rigiriamo questa frittata o non se ne esce.
    Sono per il partito che ti impegna e ti fa lavorare. Che ti chiede, anzi, VUOLE la tua opinione e qualcosa in più.

    Almeno credo…

  3. pude ha detto:

    renzi nn ha speranza se il programma economico è quelli postato con al centro l’europa ahhhh ahhh sara’ divorato dagli zombie!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    è tutta aria fritta, ha ricette stravecchie

  4. pude ha detto:

    poi con serra daje a ride, quello che ci farà rimanere in eterno in questa situazione di merda, ma nn è un accusa moralista ma un dato di fatto uno speculatore finanziario ha tutto l’interesse a rimnere in un sistema di cambio rigido, ampliando ancora di piu’ gli squlibri economici……non ci sarà esercito che tenga a quel punto……. Milano è persa….. Torino è persa…. Firenze e Venezia sono perse, Roma cadrà presto……….ehhhh ehhhh ehhhhh…

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