Banane boomerang

scritta razzistsa padova

Dal Messaggero del 28/07

di Stefano Cappellini

Quando Cécile Kyenge fu nominata ministro per l’Integrazione la reazione comune a molti molti – dopo la sorpresa per la scelta sfuggita a tutti i radar dei toto-ministri – era un retropensiero intinto nello scetticismo. La designazione di una italiana nera, a custodia di una materia sulla quale è profonda la divergenza tra le forze politiche che compongono esecutivo e maggioranza, e dunque altissimo il rischio di una paralisi di veti incrociati, poteva facilmente sembrare un tributo simbolico sull’altare del politicamente corretto, un’operazione più di marketing politico che di sostanza. Le cose sono andate diversamente, forse ben al di là delle speranze di chi ha voluto Kyenge in squadra. Al punto che, se anche il ministro trascorresse mani nelle mani il tempo che la separa dalla scadenza del suo incarico nel governo, il bilancio della sua nomina non sarebbe comunque deficitario.
Gli attacchi che Kyenge ha ricevuto in questi tre mesi, gli oltraggi mascherati da critiche e quelli puri e semplici, come – ultimo in ordine di tempo – il lancio di banane a opera di un pugno di militanti neo-fascisti a Cervia, hanno avuto il merito di svelare agli occhi di tutti una realtà troppo a lungo rimossa, cioè quanto robusto e pericoloso sia, nelle pieghe di una parte dell’opinione pubblica nazionale, il pregiudizio razzista. Si dirà: il razzismo si è ben manifestato in Italia prima della comparsa di Kyenge sulla scena pubblica e continuerà a farlo anche a dopo. Ma l’obiezione è fuori fuoco.
Le reazioni scomposte al primo ministro nero della storia repubblicana hanno spogliato il razzismo da quel velo di ipocrisia che lo dissimula, gli hanno tolto quelle coperture ”culturali” e pseudo-politiche restituendolo per quello che è: un sentimento di nuda e cruda ostilità verso chi, per il colore della sua pelle, è considerato diverso, alieno, non integrabile. Kyenge infatti non è nel mirino per le sue posizioni di merito su immigrazione e integrazione – criticabilissime e opinabili come tutte le opzioni politiche – ma per la sua identità di cittadina italiana nera, una combinazione considerata da taluni inaccettabile in sé, come già testimoniava la vicenda del più celebre tra i nostri connazionali in questa condizione, quel Mario Balotelli accolto in molti stadi dallo striscione ”non esistono negri italiani”. Solo che, a differenza che per Balotelli o per gli altri giocatori neri sfottuti dagli spalti con il verso della scimmia, nessuno nel caso di Kyenge può azzardarsi a trovare giustificazioni per declassare il razzismo a generica ignoranza o irresponsabile goliardia.
L’evidenza di questo razzismo puro, penetrato fino ad alti livelli politici e istituzionali (non vogliamo nemmeno ricordare gli insulti che il leghista Roberto Calderoli ha recentemente riservato al ministro) conferma anche quanto sia stato inquinato il dibattito su un tema così centrale in tutte le democrazie avanzate, ovvero la gestione dei flussi di immigrazione, con tutti i suoi risvolti economici, culturali e, come ha voluto sottolineare Bergoglio con la sua visita a Lampedusa, semplicemente umani. Naturalmente, è quasi superfluo ribadirlo, non è qui in discussione la legittimità delle posizioni più severe in materia di immigrazione e cittadinanza – posizioni che, peraltro, hanno ispirato la legislazione tuttora in vigore – ma di certo non è più tollerabile che dietro queste posizioni si nasconda in alcuna forma la difesa di una presunta purezza etnica italiana, non in un terra che è stata nei secoli terreno privilegiato di incroci e ibridazioni e che già ai tempi dell’impero romano era un esempio virtuoso di contaminazione di popoli, identità, culture. Non in una terra che, in un passato più recente, ha costruito parte delle sue fortune sulla sofferenza e la generosità dei propri emigranti.
Le disavventure del ministro Kyenge ci aiutano dunque a distinguere tra cittadinanza e cittadinanza. Si discuta finché si vuole sulle ragioni dello ius soli, cioè la concessione automatica della nazionalità ai figli degli immigrati nati qui, ma non si esiti più a togliere cittadinanza nel dibattito pubblico a quanti, cavalcando paure sociali e nascondendosi dietro il paravento della crisi, vogliono continuare a spacciare il proprio razzismo per difesa dell’identità nazionale.

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Una risposta a Banane boomerang

  1. Samuele Bariani ha detto:

    pienamente d’accordo.
    Samuele

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