Ridateci Manfredi

Immagine-tratta-da-Pane-e-cioccolata

Cosa fa di un film italiano a Venezia un film italiano a Venezia? Qual è la formula che rende così inderogabilmente noiosi o sgangherati o inutili, spesso le tre cose insieme, la gran parte dei sedicenti film d’autore che passano alla Mostra del cinema? Non per disfattismo né per anti-snobismo, ché ci vuol poco a dir mezza parola su un Crialese e sentirsi accusare di rimpiangere l’anno in cui alla Mostra passò in retrospettiva Viva la foca, ma perché i nostri giovani autori, come del resto alcuni troppo venerati maestri, possiedono questo tocco al rovescio capace di rovinare anche soggetti ispirati?

Ci sono giornate, a Venezia, che aiutano a dare una risposta. Lunedì sono passati due film italiani molto diversi e molto lontani nel tempo, e però costruiti intorno al medesimo tema: erano entrambi storie di migranti. Uno, il film contemporaneo, è La mia classe, di Daniele Gaglianone, e racconta di una scuola di italiano per immigrati (il prof è Valerio Mastandrea). L’altro è Pane e cioccolata, diretto nel 1973 da Franco Brusati e meritoriamente presentato alla Mostra in versione restaurata, dove si narra delle vicende di un emigrante ciociaro in Svizzera (Nino Manfredi, meraviglioso), prima cameriere in prova, poi factotum di un evasore bancarottiere, quindi scannatore di polli, infine espulso dal paese.

Vedere questi due film nello spazio di poche ore produce un effetto potentissimo, perché dimostra quanto asfittico sia diventato il nostro cinema nei quarant’anni che separano le due pellicole. Lo scarto è imbarazzante. Non solo da un punto di vista estetico, che non è poco, ma pure se si scende sul terreno ambiguo, sebbene così caro al nostro cinema impegnato centautoriale, del “messaggio”. Laddove Pane e ciccolata usa il registro della commedia per trascinare lo spettatore in un cupo e disperato girone di miserie, dal quale si esce coinvolti e stravolti, La mia classe sceglie una partenza naturalistica, per poi abbandonare la finzione e diventare meta-film (gli attori smettono di recitare e si svelano in quanto tali). La trovata, in teoria, serve a sottolineare la denuncia: il film si interrompe perché il permesso di soggiorno di alcuni degli attori è in scadenza e dunque si vuole che la crudezza della realtà prevalga sulle ragioni della finzione. In pratica, questa soluzione fredda qualsiasi pathos narrativo e trasforma un film già difficile di suo in un velleitario manifesto ideologico, dal quale si esce – a differenza che dopo Manfredi – straniati e distratti. Pane e cioccolata racconta, La mia classe spiega. Uno è problematico (il copione di Brusati satireggia in pari misura il reazionario razzismo anti-italiano e l’osceno folclore dietro il quale gli emigranti affogano la loro rassegnazione e ignoranza), l’altro è schematico e prevedibile. Il primo è un film scritto e girato, il secondo pensato e detto, e avrebbe potuto indifferentemente esserlo in un puntata di un talk, un’inchiesta, uno speciale tg. In definitiva, Pane e ciccolata risulta popolare e universale (e  gode tuttora di un seguito di culto in Francia e Stati uniti), l’altro riesce particolare ed elitario, per carità, un prodotto nemmeno disprezzabile, ma figlio di un cinema che ha definitivamente rinunciato a parlare la lingua del racconto e dello spettacolo per rifugiarsi in un malinteso concetto di film di nicchia. E cos’è il film di nicchia italiano? E’ un film pretenzioso e autistico, talvolta ben girato,  quasi sempre mal scritto, che nessuno vedrà, ma che potrà comunque giustificare la propria invisibilità con il mercato cattivo, la distribuzione miope, il popolo bue, il governo taglia-fondi alla cultura e con le tre o quattro stellette che una critica gonza certo non negherà alla “coraggiosa opera”.

P.S. Una delle registe italiane considerate emergenti, Costanza Quatriglio, ha portato al Lido Con il fiato sospeso, un mediometraggio sulla vicenda del laboratorio di chimica della facoltà di Farmacia dell’università di Catania, dove è possibile che la cattiva manutenzione delle aule abbia provocato l’intossicazione e la morte di alcuni ricercatori. Una storia forte. A Venezia Quatriglio si è lamentata di non aver trovato produttori ed è arrivata alla Mostra da autoprodotta. Ecco, magari, se avesse provato a sceneggiare i fatti, cercando persino di far capire qualcosa allo spettatore, anziché cavarsela con una serie di inquadrature estetizzanti e con qualche ciancia sul rifiuto di scegliere tra documentario e finzione, e vuoi mettere quanto è artistico risolvere la rogna di dover scrivere una sceneggiatura mettendo Alba Rohrwacher a monologare da studentessa intervistata come in una puntata di Annozero (così dopo il film nel film di Gaglianone abbiamo il film senza film, insomma tutto pur di non fare il film e basta), ecco, in questo caso forse Quatriglio non solo avrebbe trovato un produttore, ma magari pure qualche spettatore pagante, anziché gli accreditati di Venezia pronti a bersi la fola della reinvenzione artistica della storia.

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4 risposte a Ridateci Manfredi

  1. domenico rinaldi ha detto:

    E’ un piacere leggere dei suoi articoli….
    Un vero giornalista

  2. Alessia ha detto:

    Stefano sei bravissimo e un raro esempio di gentiluomo…
    Che io adoro

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