Comoda la strategia dell’insulto

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Dal Messaggero di oggi

di Stefano Cappellini

L’insulto spedito ieri da un deputato del Movimento 5Stelle a Giorgio Napolitano («Un boia») è un altro bel gradone sceso verso quella suburra lessicale in cui, ormai da tempo, è precipitato il nostro dibattito politico. Il galateo, purtroppo, c’entra poco. Sarebbe più facile rimediare. Il problema è più grave: siamo davanti a una deriva figlia della pochezza strutturale di buona parte del Parlamento figlio del Porcellum, specie di quella parte sedicente rivoluzionaria che, entrata in Parlamento sull’onda dei Vaffa-Day, fatica a maneggiare un concetto politico che non sia traducibile in insulto o che sfugga alla categoria onnicomprensiva del Grande Complotto.
Il tasso di imbarbarimento del grillismo di Palazzo è inversamente proporzionale ai risultati raggiunti. Più le politiche del M5s si avvitano nella spirale autistica dei sondaggi web e dell’incontaminazione assoluta, più l’unico modo di simulare un ruolo attivo, quale si aspettano i milioni di cittadini che hanno votato M5S, sarà la chiacchiera sboccata, l’invettiva via blog, il vaffa globale. Che Napolitano sia il primo a essere investito da quest’onda, e con più virulenza, non è un caso.
In una democrazia matura il capo dello Stato non è immune da critica. Nessuno può trasformarlo in totem o in santino, ma gli insulti di cui è oggetto Napolitano non rappresentano solo uno sconfinamento macroscopico dai limiti che imporrebbe un civile confronto, ma soprattutto l’attacco alla figura che sta offrendo un ombrello istituzionale al tentativo concreto – malfermo, discutibile nel merito, quel che si vuole, ma comunque concreto – di sbloccare lo stallo italiano con una riforma, quella elettorale, che rappresenta il primo necessario mattone per costruire l’assetto futuro del sistema. Accusato fino a poche settimane fa di essere il garante dello status quo, e cioè di una blindatura a oltranza della formula delle larghe intese, oggi Napolitano finisce nel mirino per la ragione opposta, in quanto motore del cambiamento. Una novità che spaventa tanto i responsabili dello sfascio attuale (non certo i 5Stelle) quanto coloro che a parole si scagliano contro questo sfascio ma che in realtà hanno interesse a perpetuarlo per lucrare una rendita di posizione. Non a caso Grillo si è prima espresso per votare ancora una volta con il Porcellum e quindi a favore della legge elettorale modificata in senso proporzionale dalla Corte costituzionale. Un sistema tutt’altro che disprezzabile che però ha il grave limite, con i rapporti di forza esistenti oggi tra i partiti, di consegnare il Paese a una sicura ingovernabilità. Esattamente ciò che spera chi ha fatto della denuncia dell’«inciucio» il suo unico investimento politico.
Eppure di un confronto serio e serrato per migliorare la riforma elettorale ci sarebbe assoluto bisogno, tanto più ora che la discussione rischia di avvitarsi per giorni in tecnicismi incomprensibili ai più. Ci si può rallegrare che qualcosa si è mosso ma non si può negare che anche l’Italicum è figlio della debolezza del nostro sistema e dell’illusione che la sera delle elezioni sia un colpo di bacchetta magica – leggi premio di maggioranza – a restituire forza e piena rappresentatività a partiti che, da soli, faticano ad arrivare a raccogliere anche solo un terzo del consenso dei votanti. C’è un motivo se, tra i principali Paesi europei, non ce n’è uno che contempli un premio di maggioranza e non servono politologi, aruspici o esploratori a scovarlo: il fatto è che in questi Paesi, di base, l’alternanza funziona grazie alla credibilità dell’offerta politica e dunque alla robustezza elettorale dei partiti principali e, quando nessuno esce con una maggioranza certa dalle urne, c’è la capacità di lavorare a intese di coalizione chiare e dettagliate (come accade in questo momento in due nazioni non proprio marginali come Germania e Gran Bretagna) senza che il dibattito finisca subito ostaggio dei veti incrociati e degli strepiti dei professionisti dell’anti-inciucio.
Si ragiona molto in queste ore sull’opportunità di reintrodurre le preferenze. Di certo la riproposizione delle liste bloccate del Porcellum è un punto debole della riforma, anche se non aiuta a trovare una soluzione alternativa la constatazione che molti dei fautori delle preferenze siano oggi gli stessi, soprattutto nel Pd, che fino a ieri le consideravano il male assoluto. E una riflessione supplementare meriterebbe anche la missione – sacrosanta – di ridurre al minimo il potere di interdizione delle forze minori. Più che ragionare sull’altezza delle soglie di sbarramento, sarebbe utile prendere atto che negli ultimi venti anni la vera assicurazione sulla vita per i micro-partiti è stato un altro unicum italiano: il voto per coalizione. I piccoli entrano in coalizione e sanno che, finché i loro voti da prefisso telefonico saranno determinanti per ottenere il premio di maggioranza, ci sarà sempre una scialuppa a salvarli dai disastri elettorali e una nuova trincea dalla quale lanciare diktat e ultimatum.
Di tutto questo si dovrebbe discutere in Parlamento, e con il concorso di tutte le forze presenti, e da questa urgenza esce enfatizzata l’immane vacuità della strategia dell’insulto.

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Una risposta a Comoda la strategia dell’insulto

  1. La Rockeuse ha detto:

    Concordo su tutta la linea. ps: bella l’immagine che hai scelto, fa molto American Horror Story

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