Il romanzo dei Buoni

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A voler essere pigri, c’è una facile chiave di lettura de I Buoni, il romanzo di Luca Rastello da poco in libreria ma sulla bocca di molti già prima della sua uscita: basta lasciarsi sedurre dal gioco degli alias, un gioco dove si vince facile grazie alla immediata riconoscibilità di personaggi, fatti e luoghi reali che si celano dietro il sottile paravento della finzione. Ecco il prete in maglione sdrucito, icona della legalità e cantore dell’impegno di strada (nel racconto si chiama don Silvano ma è chiaramente un alter-ego di don Ciotti); la sua onlus attiva nel campo dall’antimafia e dei servizi sociali con sede in una città mai citata ma che non si fa fatica a identificare come Torino; c’è la cerchia di personalità del mondo della politica, della cultura e dello spettacolo che supportano il don con parole e opere (tipo il famoso magistrato locale con storica militanza a sinistra, o la comica che ha tanto successo in tv con il suo mix di parolacce e predicozzi populisti e che, a telecamere spente, ha con il popolo un rapporto non proprio di empatia, o ancora il rocker “maledetto” che finanzia le attività e si riconosce pubblicamente nella sbandierata teologia degli ultimi); c’è soprattutto un dietro le quinte dove si racconta come i mezzi con i quali questa organizzazione persegue i suoi presunti fini sono la negazione dei principi propagandati: bilanci taroccati, razzia di fondi pubblici, uso privatistico delle strutture, abusi sessuali, dipendenti mobbizzati e licenziati, finanziamenti su estero e finanziatori ambigui (in cima alla lista dei munifici benefattori di don Silvano c’è un personaggio che ha un curriculum perfettamente coincidente con quello di Giuliano Tavaroli, ex capo della sicurezza di Pirelli e Telecom prima di finire al centro di una nota inchiesta a base di spionaggio e ricatti). Capirete bene, dopo questo elenco di malefatte, come appaia una innocua digressione l’esplicita allusione a un love affaire tra il don e la protagonista femminile del romanzo, ragazza rumena ex sbandata che il don accoglie e promuove prima che il lato oscuro travolga tutto e tutti.

A rafforzare la chiave pamphlettistica e retroscenesca del romanzo concorre infine il fatto che Rastello, con il gruppo di Abele di don Ciotti, ha lavorato per anni e con ruoli di responsabilità, tra i quali la direzione della rivista Narcomafie, e che un altro dei personaggi della storia – il tormentato e colluso Andrea – è cesellato con gli attrezzi e il materiale dell’autobiografia.

Naturalmente la notorietà e l’autorevolezza della figura presa di mira ha scatenato subito un bel dibattito: i giornali di destra non hanno mancato l’occasione per mettere in discussione un santino della controparte (nella narrazione trova posto anche una storia finita di recente sulla stampa destrorsa, e cioè la denuncia di un uomo che sostiene di essere stato aggredito e picchiato da don Ciotti dopo aver chiesto invano che fosse regolarizzato il suo contratto di lavoro: nel romanzo la lettera di don Silvano per scusarsi con quest’uomo è il calco fedele di ricalcata scritta e divulgata nella realtà da don Ciotti). E’ bastato poi che Adriano Sofri segnalasse sul Foglio l’uscita del romanzo (con un pezzo molto equilibrato e ricco di domande più che di asserzioni, peraltro) per armare la penna del network ciottiano con accuse di malafede e lesa maestà (prima l’intervento di un campione a oltranza del societàcivilismo, Nando Dalla Chiesa, subito seguito da quello di Gian Carlo Caselli, entrambi non casualmente ospitati dal Fatto, un giornale che ha molto a cuore la distinzione tra Buoni e Cattivi e che di base la esplica nella distinzione tra abbonati e lettori del quotidiano versus non abbonati e non lettori).

Per non restare travolto dal vento del gossip e forse anche per evitare che questo vento disperdesse la notevole qualità letteraria del suo lavoro, Rastello è intervenuto a sua volta nel dibattito per cercare – un po’ goffamente, a onor del vero – di sminuire il legame del suo racconto con fatti e personaggi reali. L’operazione non può dirsi riuscita, ciò non toglie il diritto dell’autore a rivendicare per il suo libro un’attenzione che non si riduca al gioco del chi è chi o del “davvero è andata così?”. Solo così, sottraendosi alla tentazione del giurì d’onore per stabilire se le mancanze e di don Silvano e della sua corte dei miracoli abbiano un corrispettivo nella realtà, anzi dando per buono che don Ciotti e i suoi non abbiano nulla a che spartire con la finzione, si può arrivare a privilegiare la seconda chiave di lettura e rendere giustizia al grande merito de I Buoni. Che è a mio giudizio l’aver interpretato con una potente ed elegante veste narrativa uno spirito del tempo – vorrei dire spirito maligno, a patto che nessuno lo prenda per un nuovo pruriginoso rimando al religioso protagonista.

Attraverso le vicende di questa holding del “Bene assoluto che si erge contro il Male assoluto”, di questa casta dei Buoni che rivendicando un primato morale “traveste da inclusione la quintessenza dell’esclusività”, Rastello ha dato forma presente al romanzo più politico degli ultimi anni. Ha ragione Goffredo Fofi, citato in quarta di copertina, a definirlo “un romanzo tutto del nostro tempo, finalmente”. Rastello ha scansato tutti i canoni modaioli della letteratura a chiave politica, spesso tesi a trasfigurare il presente in un altrove storico e geografico. Lontanissimo dal danbrownismo insurrezionale alla Wu Ming, dal pop-noir alla Carlotto/Lucarelli o dal bolso lirismo della narrativa reducista, I Buoni è la testimonianza di un qui e ora assoluto e devastato. E il cuore di questa devastazione non è la denuncia di come in questo Paese, segnato da una profonda distonia tra leggi formali e comportamenti sociali, il culto della legalità sia servito più da facciata per la coltivazione di affarismo e carrierismo che per ristabilire il rispetto dei codici. I Buoni non corre mai il rischio di esaurirsi in un facile allarme sul male che si insinua nel campo del bene e lo minaccia, sennò giocherebbe allo specchio sullo stesso terreno manicheo dei personaggi che si agitano nel romanzo o di quei talk show dove ogni settimana i Buoni sono chiamati a officiare il rito della lotta ai Cattivi (il santorismo, va da sé, è insieme la massima espressione mediatica del partito dei Buoni e il tempio che ha definito alcune delle principali regole d’ingaggio della politica e dell’impegno trasformati in teologia dello spettacolo).

Ogni anfratto narrativo de I Buoni contribuisce, al contrario, a demistificare la pretesa stessa che esista un confine marcato tra Bene e Male e soprattutto che su questo confine si possa e si debba costruire – come è invece accaduto – una visione generale delle cose del mondo. Demolisce il mito della società civile che surroga le carenze delle politica e schizza una realtà dove la sconfitta della partecipazione e la drammatica assenza di un orizzonte collettivo ha lasciato campo libero al moralismo delegato e all’impegno ipocrita (“Tutti abbiamo bisogno di convivere con il male, fingendo di combatterlo”). Racconta come il partito dei Buoni abbia di fatto privatizzato la militanza sociale, offrendo a un pezzo della stanca e declinante società italiana un comodo outsourcing della solidarietà, una partita di giro da cui ciascuno guadagna qualcosa: gli adepti, la purificazione delle coscienze; i sacerdoti, il potere e il business (“Molti criminali sono migliori dei sacerdoti di questa legalità”).

Svela un colossale auto-inganno collettivo, la tragica illusione dei sedicenti migliori – loro sì consapevoli e attivi a differenza degli incolti idioti che si lasciano ingannare dai pifferai magici – dimostrando come i Buoni rispondano ai comandi di un marketing non meno di scientifico di quello berlusconiano: l’uso di forme lessicali standard (la prima persona plurale, l’ossessivo ritorno di alcune espressioni e parole, vedi alla voce “memoria”), l’acritico culto della personalità (specie se togata, inutile citare qui la lunga serie di cavalieri del Bene, da Di Pietro a Ingroia e De Magistris che con le loro incursioni in politica hanno disastrato una sinistra già pericolante di suo), la strategica pianificazione delle campagne mediatiche e la scelta dei temi di intervento su base sondaggistica (è così che la “lotta alla droga”, sotto le cui insegne si sperimentano le prime adunate dei Buoni, nel tempo quasi sparisce per lasciare il campo al sociale e alla lotta alla criminalità quando l’eroina è definitivamente surclassata dalle mafie in cima all’elenco delle emergenze percepite).

Infine, I Buoni ci consegna di soppiatto lo spietato racconto della trasformazione antropologica, prima ancora che politica, di una parte rilevante della sinistra di questo Paese. Dei suoi ideali, dei suoi scopi pratici, del suo ruolo sociale e culturale. Demistifica riti e miti di quel pezzo di società italiana che negli ultimi trent’anni anni, rivendicando un inconsistente primato morale e delegando la questione sociale alla carità dei Buoni, si è crogiolato in un mix di ottuso legalitarismo (“La legalità dovrebbe essere un metodo ma loro l’hanno trasformata in un valore in sé assoluto, il loro vitello d’oro”) e manicheismo troglodita (“Chi non è con noi è contro di noi”). Quella sinistra che ha dovuto persino dismettere le proprie insegne, ora che la nuova furiosa crociata dei Buoni è egemonizzata da un ex comico politicamente molto ambiguo, e che non poteva finire altrimenti, essendo nata all’incrocio dei vizi peggiori dell’album di famiglia. Dal declinante Pci di Enrico Berlinguer ha ereditato, sublimandolo, il mito della diversità e della questione morale, trasformata però in mera ansia giudiziaria. Dai movimenti ha invece succhiato il rifiuto per la politica istituzionale, la mitologia (più spesso mitomania) del fuori e del contro, la primazia del “sociale” che ha posto le basi per un felice disimpegno vestito però di finta coerenza con gli ideali ribelli di un tempo. Del resto, all’uscita degli anni di piombo c’è chi si è buttato sugli ashram indiani, i centri di meditazione guidati da guru dello spirito. E c’è chi si è dato al business. Ma era ora che la fabula narrasse soprattutto di chi ha capito che il business del futuro erano proprio gli ashram.

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