Il bernoccolo del Valle

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Ci sono due modi di andare all’osso del dibattito sul teatro Valle occupato. Il primo – che scarterei con decisione – è aprire il dibattito sulla qualità dell’offerta culturale in questi tre anni di occupazione. Da una parte ci sono i sostenitori dell’esperienza, che rivendicano spettacoli di qualità, serate con ospiti autorevoli e, soprattutto, una partecipazione viva e rinnovata alla vita del teatro. Dall’altra ci sono i detrattori, che sviliscono gli eventi allestiti, fanno i conti di spese e mancati introiti e accusano gli occupanti di impreparazione, arronzamenti culturali e sbrachi tipo le partite dei mondiali al posto dei Pirandello. La mia impressione, prima di scappare in fretta da questo fronte, è che i sostenitori abbiano delle buone ragioni nel riconoscere agli occupanti di aver supplito con impegno e dignità al default della governance precedente e che tra i detrattori ci siano molti specialisti del partito preso. Evidente però che su questo terreno l’opinabile è padrone: ci sono critici che ancora a distanza di decenni si accapigliano sulla qualità del tal allestimento ronconiano, la baruffa non durerà meno ingarellandosi a decidere se fa più cultura sociale un maxi-schermo e ventidue giocatori a caccia del pallone o una più classica soirèe con sei personaggi in cerca di autore. A scendere su questo terreno non si fa un solo passo avanti sulla questione fondamentale: gli occupanti hanno diritto a restare dentro il teatro o devono cedere il passo?

In queste ore al Valle è in corso una discussione sullo sbocco possibile della trattativa con il Comune e il Teatro di Roma. In teoria, c’è la disponibilità degli occupanti a lasciare il teatro il 10 agosto (qui le condizioni per l’auto-sgombero). Nei fatti, si oscilla ancora tra questa possibilità (gli occupanti lasciano il teatro e si studiano forme di co-partecipazione) e ipotesi di resistenza a oltranza (gli occupanti non lasciano e si fanno scudo della Fondazione cui hanno dato vita). Uno dei tavoli di lavoro si chiama così: “Restituire una narrazione in grado di raccontare la complessità di questa fase di transizione e la difficoltà del dialogo con le istituzioni”.

A me pare che, nonostante gli sforzi teorici e giuridici per dare fondamento alla loro esperienza, gli occupanti non abbiano scavallato il problema principale che si oppone ai loro tentativi: come si fa a rivendicare la pubblicità di un bene che è già pubblico? Perché questo è il punto. Il teatro Valle è proprietà di una istituzione che si chiama Comune di Roma. Comune. Mio, tuo, nostro. Di tutti. Non ci si vuole costruire un supermercato, un centro commerciale o villette a schiera. Si vuole restituire il teatro a una amministrazione che può anche ergersi su nuove forme di partecipazione e cogestione – è lecito auspicarlo – ma deve per forza tornare al suo pieno status di proprietà pubblica. Altrimenti, la determinazione degli occupanti a restare in campo diventa una forma di privatizzazione. Un bene che è pubblico, il Valle, diventa appannaggio di una comunità che avrà pure tutte le migliori intenzioni del mondo sull’utilizzo del teatro, ma mai – nemmeno sfoggiando la conoscenza della più sofisticata manualistica sui beni comuni – riuscirà a dimostrare di avere più titoli pubblici di un ente che si chiama appunto Comune, i cui organi deliberanti sono espressione diretta della volontà popolare.

L’impressione è che gli occupanti siano consapevoli che qui sta un bernoccolo che non si spiana. Tanto consapevoli che, alla fine, l’unico vero argomento in campo per proseguire la battaglia diventa questo: non possiamo riconsegnare il teatro a chi l’ha portato allo sfascio. E però, nel ricordare a buon diritto che il Valle è stato portato a un passo dalla rovina, gli attuali inquilini del Valle si rifugiano in una polemica singolare in bocca a dei campioni del benecomunismo. Perché il loro ragionamento suona di fatto così: il pubblico non funziona, ci pensiamo noi. Ma la teoria che il pubblico non funziona e che la gestione di alcuni sevizi deve passare in altre mani è il cavallo di battaglia su cui destra e sinistra liberista sono saltati in groppa negli ultimi due decenni per delegittimare la mano pubblica. Chissà quante articolesse a tesi hanno letto gli occupanti su quei giornali che oggi – con rozzezza talvolta pari a quella dei grillini – accusano di faziosità e prevenzione nei loro confronti. Dice: ma quelli del Valle mica vogliono privatizzare o speculare, anzi sostengono di essere l’unica garanzia che il Valle sia davvero pubblico. Bene, ma non contano le intenzioni, conta la forma che è poi sempre sostanza.

Chi è a favore del pubblico si batte affinché il pubblico funzioni, specie nei casi come il Valle, dove non sussiste alcun dubbio sul fatto che un Comune come quello di Roma ha tutti i mezzi e le risorse per far funzionare la struttura e ha il dovere di attivarle senza alcuna necessità di ricorrere a forme di sussidiarietà. Se invece si invoca la sostituzione del pubblico per inadeguatezza, o la sua surroga, ci si mette su un piano scivoloso e inclinato. Forse qualcuno degli ideologi del Valle pensa di essere in scia a Toni Negri e alla sua distinzione tra “pubblico” e “statale” ma in realtà è molto più vicino a Cl e a un seminario da meeting di Rimini.

L’Italia è piena di enti pubblici che erogano servizi essenziali – la cultura è senz’altro uno di questi – che claudicano o che sono tecnicamente in default. Con quale credibilità gli occupanti del Valle, e chi ne sostiene le ragioni, potranno opporsi domani a chi chiede che la proprietà passi di mano per togliere il controllo a coloro che, per conto della collettività, ne hanno provocato il tracollo? Sulla premessa che loro suono buoni e gli altri rapaci? Premessa che sarà pure vera, ma dall’unico punto di vista che conta – quello politico – resterà sempre indimostrabile. Senza contare che di buoni e colti possono presentarsene altri, a rivendicare diritti di gestione o di co-partecipazione. Che si fa? Vince chi occupa per primo?

La battaglia di questi tre anni è servita a dimostrare quanto sia importante nella vita cittadina una istituzione come il Valle e la responsabilità che grava su chi ne deve garantire il funzionamento. Adesso, vinta la battaglia, è ora che il bene comune torni nelle mani di tutti.

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