Uno dieci cento Tavecchio

tavecchio 3

L’elezione di Carlo Tavecchio alla presidenza della Federcalcio racconta molto dell’Italia che viviamo. Conferma, innanzitutto, che si può raggiungere una carica pubblica anche dopo essersi macchiati di un’uscita che impropriamente è stata definita gaffe e che invece era l’espressione di un pensiero compiuto e tutt’altro che involontario, come la famigerata battuta sugli «Optì Pobà mangiabanane», ovvero i giocatori neri che vengono a giocare in Italia (del resto, se un ministro dell’Interno può annunciare in pompa magna una lotta dura ai “vu’ cumprà” non staremo mica a chiedere conto a Tavecchio?). Se il mondo del calcio si illude che sia sufficiente la retromarcia di Tavecchio a renderlo presentabile agli occhi dei suoi futuri interlocutori, o che basti la legittimazione del voto democratico – il neo-presidente è stato eletto al termine di un regolare elezione tra gli aventi diritto – a seppellire la questione, sbaglia. Ma la verità è che il calcio non si illude. Anzi, l’inciampo di Tavecchio lo rende ancora più debole e manovrabile. I suoi grandi elettori – da Claudio Lotito ad Adriano Galliani – non chiedono di meglio.

Racconta, l’elezione di Tavecchio, che in questo Paese ci si può spacciare per alfieri del cambiamento non solo a dispetto della carta d’identità – che non è mai un indicatore certo di svecchiamento reale – quanto di una gestione del potere già pluridecennale e di una fedina penale non proprio specchiata. Chi accusa la politica di scarso ricambio dovrà ricredersi dopo aver sfogliato l’album dell’Hilton Rome Airport di Fiumicino dove si è celebrata l’incoronazione di Tavecchio: Carraro, Beretta, Matarrese…

Racconta, infine, perché questo Paese faccia tanta fatica a cambiare, a migliorarsi, a puntare sul futuro. Tavecchio è stato eletto nonostante l’opposizione di proprietari di club che si chiamano Andrea Agnelli, Giorgio Squinzi, Diego Della Valle, Urbano Cairo e James Pallotta, l’unico tycoon straniero che ha scelto di investire nella nostra serie A, senza dimenticare che Sky, principale finanziatore del giocattolo, ha preso una posizione durissima contro Tavecchio. Poteri forti, in teoria. Ma l’Italia è da anni un Paese troppo debole per esprimere poteri forti nel vecchio senso del concetto. Il nocciolo del potere è in quelle corporazioni che blindano le proprie rendite per spartirsele senza alcuna progettualità, senza responsabilità sociale, senza visione comune. Il calcio è una di queste corporazioni, ma il meccanismo vale per i cartelli bancari, per la burocrazia di Stato, per le professioni pubbliche e non (magistrati, avvocati, commercianti, giornalisti, ecc.). Tavecchio ha vinto perché è il cartonato dietro il quale un pugno di padroni del vapore può perpetuare il proprio controllo del Palazzo mentre vassalli e valvassori – in questo caso i presidenti di B e C – si accodano per puro assistenzialismo spartendosi il grasso abbondante che cola dal vaso dei diritti televisivi e che, non dimentichiamolo, è riempito in buona parte con i soldi dei tifosi: la tassa della passione. Stadi vuoti, calcio-scommesse, regole labili, tutto ciò che affligge il calcio italiano non conta: basta che i rubinetti non si chiudano e che chi sta in cima continui a tenerli aperti a prescindere, senza chiedere in cambio nulla, non la serietà, non l’organizzazione e gli investimenti, figuriamoci l’onestà. In cambio, in Italia, è richiesta solo la fedeltà, così che sia sempre possibile eleggere ovunque uno dieci cento Tavecchio.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Una risposta a Uno dieci cento Tavecchio

  1. Carlo Pezzoli ha detto:

    Embéh? Ha vinto una lobby piuttosto che un’altra. Agnelli, Squinzi, Della Valle, Cairo e compagnia cantante sono forse migliori dei Carraro, Beretta, Matarrese…? Piglia, incarta e porta a casa! Quella che conta in Italia, ma forse in tutto il mondo, è la goliardica legge del Menga. Tanto chiasso per nulla. La battuta incriminata, discutibile nella forma, è condivisa dai più nella sostanza. L’esterofilia nostrana è risaputa, se poi uno ha la faccia nera ma non sa giocare al pallone è ugualmente il benvenuto nei club prestigiosi. Se da tempi immemorabili tutti chiamano vu cumprà chi ci assilla sulla spiaggia e per strada con le loro merci contraffatte ed esenti da tasse, non è certo un razzista chi ce lo ricorda.
    Attaccarsi a qualche frase pronunciata in un particolare contesto è tipico di certa sinistra, che si straccia le vesti come gli antichi Farisei per le provocazioni di un certo Gesù Cristo. Per loro, è vera democrazia solo quando vengono eletti i loro candidati. Se vengono trombati si vergognano di essere italiani e gridano povera Italia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...