Le prigioni di Corona

corona

Fabrizio Corona non è Silvio Pellico. Non è nemmeno Enzo Tortora. Fabrizio Corona è un esuberante personaggio che ama vivere sul confine della legalità, anzi che ha il gusto di oltrepassarlo spesso deliberatamente quel confine, di scoprire l’effetto che fa, di coltivare il suo maledettismo da manuale e assumere la posa da bad boy che poi gli permette di dire “non sono uno stinco di santo” facendo subito storcere tanti nasini dritti. Eppure non essere un patriota in ceppi, come Pellico, o un galantuomo incastrato da camorristi sgozzateste coccolati dai pm, come Tortora, non dovrebbe impedire di considerare il suo come un caso di malagiustizia. A meno di non pensare che un’ingiustizia vada combattuta e denunciata solo solo se a subirla è un individuo che una auto-proclamata comunità di eletti riconosce come degno. A meno di non pensare che un’ingiustizia sia una sanzione comunque meritata se si abbatte su individuo che magari penalmente non la merita ma moralmente – a giudizio della suddetta comunità – sì, e quindi i conti tornano comunque.

Chiariamo: non si tratta di attardarsi nel solito teatrino tra innocentisti e colpevolisti, alcune delle condanne subite da Corona sono ineccepibili, ma le ragioni per cui sta subendo una detenzione spropositata rispetto ai reati commessi e a quelli non commessi, ma incredibilmente addebitati a suo conto, sono grosse come faraglioni e le spiega bene qui Filippo Facci. Il fardello di galera che Corona deve portarsi per i prossimi dieci anni scarsi non è figlio di un errore isolato di un magistrato o di una giuria. Sarebbe più rassicurante. Corona paga un accanimento che nasce dai suoi atteggiamenti, dalla scelta di scontrarsi apertamente con i pm e dalla ostinata volontà di non inseguire scorciatoie e patteggiamenti ottenendo in risposta aumenti di pena rispetto alle richieste dell’accusa, contestazioni di aggravanti molto fantasiose, nuovi capi d’imputazione spuntati in corso d’opera.

Corona ha usato le aule dei tribunali come palcoscenico del suo personaggio e le sue intemperanze sono diventate, nelle mani dell’accusa e agli occhi dei giudici, elementi del processo, indizi di una presunta colpevolezza morale che ha trainato, e talvolta surrogato, quella penale. Chi ha seguito le udienze dei suoi processi sa di cosa parliamo. Corona, per dire, si diverte a pronunciare la parola “cazzo” mentre testimonia in aula di tribunale. Il presidente lo esorta a usare un linguaggio consono. Lui dice “pene” un paio di volte, con effetti ancora più esilaranti, poi torna a dire cazzo, perché gli viene naturale, perché in fondo è il suo modo di dire alla Corte sono qui ma non mi piego alla vostra recita, non gioco alla parte del bravo ragazzo, sto qui alla vostra mercé ma sono più intelligente, vivo e furbo di voi. Atteggiamento opinabile, non ancora un reato.

Io penso che Corona sia intelligente. Che sia vivo, seppur chiuso in una cella già da qualche anno, pure. Furbo no, perché in Italia i furbi non finiscono in galera condannati a dodici anni complessivi, con loro le maglie della giustizia solitamente si allargano, con loro succede al contrario che per Corona: le pene si riducono, i reati si prescrivono, le accuse smettono di sussistere. Ma provate a parlare con un amico, un conoscente, un collega, provate a parlare con loro del caso Corona. Nove volte su dieci alzeranno il sopracciglio, prima penseranno a uno scherzo, una battuta, poi propenderanno per la provocazione, quindi si allontaneranno veloci dalla conversazione non prima di aver scolpito un giudizio su quella canaglia che sta bene dove sta. I peggiori in assoluto sono certi interlocutori sinistrorsi, che con una smorfia del viso comunicano un traducibilissimo pensiero: ma davvero siamo a perder tempo per occuparci di uno che è l’ex marito di Nina Moric e l’ex findanzato di Belen? Uno che intrallazzava con Lele Mora, uno che trovavi sui rotocalchi da 50 centesimi e nei pomeriggi tv Mediaset, uno che è il contrario del personaggio pubblico meritevole, cioè il regista girotondino, lo scrittore impegnato, l’ospite d’onore di Fazio? Uno che dove siamo andati a finire se ci mettiamo pure a difenderlo.

Ieri, su twitter, ho avuto uno scambio di opinioni con un autore e umorista di cui sono fan, Luca Bottura, il quale ha buttato in farsa questa mini-mobilitazione per la grazia a Corona e sostenuto che la campagna nasce dall’ansia di assolverci tutti assolvendo Corona. A me pare esattamente il contrario: è condannare Corona al suo destino, è scrollare le spalle davanti alla sua vicenda giudiziaria che ci rassicura sulla nostra condizione di bravi cittadini, sul fatto che non siamo al suo posto perché siamo diversi da lui, perché siamo migliori di lui. E io mi chiedo innanzitutto – senza retorica – se tutti quelli che pensano che Corona meriti in ogni caso il suo destino da galeotto in quanto Corona abbiano quelle condotte specchiate, quei curricula immacolati, quella disciplina sociale che implicitamente sbandierano mentre rivendicano la loro superiorità sul reietto del gossip, sul guappo in gessato. Mi chiedo poi come possano sentirsi a loro agio, nei panni dei bravi cittadini coscienziosi, se decidono di ignorare deliberatamente un’ingiustizia che grava su un essere umano solo perché lo considerano, senza alcun diritto se non la propria supponenza, di categoria inferiore. E mi chiedo infine quanti ce ne siano, di “inferiori” in galera con pene sbagliate, esagerate o del tutto ingiuste, e che non chiamandosi Corona non possono sperare in niente, nemmeno in un sopracciglio alzato su un volto benpensante.

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2 risposte a Le prigioni di Corona

  1. Giorgio Terruzzi ha detto:

    Caro Stefano, mi faccio tirar dentro questo dibattito su Corona perchè mi pare un fatto straniante, per modi e toni, in relazione ai modi e ai toni dello stesso Corona, il quale probabilmente non spenderebbe un istante della propria esistenza per occuparsi di una cosa del genere riguardante chiunque altro. Non credo sia questione di conformismo culturale, che peraltro esiste eccome. Piuttosto, di osservare (osservarci, visto che sono qui a scriverti)cosi, presi da un costume reso effimero a monte. Il fatto eclatante è che Corona si sia trovato al centro della scena e su questa scena in qualche modo resti. E’ la scena, il panorama completo (che ci comprende, dunque) a contenere molti elementi discutibili, compresi questi, questo dibattito, così connesso ad una vicenda completamente deteriorata. Completamente. Nei fatti che hanno determinato la condanna, nei personaggi protagonisti-vittime, nel pubblico, abituato a considerare un pettegolezzo per notizia, un esibizionismo per eroismo. Siamo un po’ tutti, ormai, avvolti in una specie di fuffa, al punto da decidere persino la scalette delle priorità.
    la faccio breve: sono d’accordo sull’analisi del rapporto reati-pena a proposito di Corona. Penso effettivamente che la condanna sia esorbitante, in relazione ai fatti. Penso anche che tutto ciò che è accaduto sia coerente con le esorbitanze alle quali diamo retta o meno, alle quali concediamo il centro della scena e dei pensieri. Il che a Corona, in qualche modo dovrebbe piacere perchè tutto, compreso l’atteggiamento di chi l’ha giudicato, pare sintonizzato sul gusto, sullo stile di Corona stesso. E’ un osservazione a margine del dibattito, sia chiaro. Che nulla ha a che fare con il nocciolo della questione. Un nocciolo che, come dici riguarda un numero elevato di persone che, a differenza di Corona, non conosciamo, non trattiamo affatto.
    Serve battersi per Corona allo scopo di battersi per chi si trova in una situazione analoga? Non lo so. In ogni caso, meglio un atto di clemenza-giustizia che niente. Sì, va bene. Ma nel trattare tuto questo viene addosso un po’ di malinconia. Una malinconia che riguarda una specie di decandenza. Mi viene in mente, per una qualche forma di associazione coerente con l’abitudine a fare attenzione alla fuffa, Schettino che gira, brinda, relaziona. In qualche modo ci sta, non mi pare affatto una cosa casuale. Lui, libero e sfrontato, offre una immagine di ciò che siamo, di come siamo. Incapaci di considerare come dato di fatto, profondo e costante, un’etica sana, laica, sobria e forte. Non è il giudizio su Corona- uomo a trattare questo dibattito come superfluo o addirittura inappropriato. E’la sensazione di ciò che non riesce a mobilitarci, che non prende davvero il centro del nostro fare e del nostri pensieri a pesare. Una incapacità ormai reiterata a
    combattere per un principio, senza il bisogno di una icona da rotocalco, da giornale, da gossip, da pagina patinata, da clamore. Quindi, che sia, che sia fatta giustizia. Ma senza alcuna consolazione, senza alcun insegnamento utile perchè, attivandoci per questo caso, misuriamo una incapacità ad essere attivi, presenti, combattivi secondo una consuetudine che viene da un sistema di principi. Un sistema che pare (mi pare) sfilacciato e in definitiva assente.
    Vabbeh, scusami lo sbrodolamento. Giorgio Terruzzi

    ps
    A margine, metto due lire su Corona, graziato, ospite da Fazio.

    • duedimaggio ha detto:

      Caro Giorgio, hai senz’altro ragione sull’incapacità, che tutti ci riguarda, di intraprendere battaglie di principio senza il traino di una vicenda da copertina e probabilmente hai ragione anche su un altro punto: Corona non si spenderebbe per un caso simile al suo. Ma cosa importa? Non so neanche io se l’attenzione su questo caso può servire ad aiutare altri nella condizione di Corona e se è utile ad accendere un faro sulla arbitrarietà che spesso contraddistingue la nostra giustizia. Ma il tentativo non mi sembra sprecato… (sempre un piacere leggerti)

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