Giustizia, la riforma a costo zero

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Dal Messaggero del 17/09/2014

di Stefano Cappellini

Da anni si attende una compiuta e organica riforma dell’ordinamento giudiziario. Ce n’è bisogno, e quanto. I temi sono noti da tempo e, almeno in parte, contenuti nei provvedimenti che il governo ha presentato nel Consiglio dei ministri del 29 agosto: velocizzare i tempi del processo, rafforzare i meccanismi che garantiscono la terzietà del giudizio, razionalizzare i tempi di prescrizione, disciplinare la pubblicazione degli atti giudiziari. Il veicolo scelto dal governo per intervenire su alcune di queste materie è quello del disegno di legge: significa che la parola passa al Parlamento e i tempi per arrivare all’approvazione di nuove leggi, ammesso che ci si arrivi davvero, potrebbero essere lunghi. C’è però una prima riforma della giustizia che si potrebbe varare a costo zero, senza toccare nulla. Basterebbe riaffermare con forza alcuni principi fondanti dello Stato di diritto che, per varie ragioni, si sono smarriti strada facendo, anche perché da anni una agguerrita pattuglia di editorialisti, tribuni e cabarettisti – in alcuni casi le figure coincidono – si dedica quotidianamente con successo alla loro demolizione. Ecco otto punti per una riforma che può entrare in vigore da domattina, per il semplice fatto che è composta di principi già contenuti nella Costituzione, nelle leggi dello Stato e nei codici di giustizia.

1) La presunzione di innocenza. Il garantismo non è, a dispetto di quanto ormai pensano in molti, un sinonimo di innocentismo. Non significa propendere a priori per l’innocenza di un indagato o di un imputato, ma solo pretendere che l’iter giudiziario rispetti tutte le garanzie della difesa e che nessuno si trovi a pagare una sanzione – penale, mediatica, professionale – prima di essere stato giudicato colpevole. L’utilizzo del termine inquisito come marchio di infamia può facilmente diventare uno strumento nelle mani di poteri più o meno occulti, determinati a usare la magistratura come arma di regolamento di conti personali o politici, fino ad arrivare al paradosso per cui è sufficiente l’esposto di un avversario o la leggerezza di un pm per cambiare il corso della vita pubblica di un Paese. Naturalmente esistono situazioni – parliamo soprattutto di ruoli pubblici – nelle quali può essere opportuno un passo indietro davanti alla semplice notizia di indagine, soprattutto quando può scatenarsi un conflitto di interessi tra la conduzione della difesa e il mantenimento della carica, o quando sono particolarmente forti gli elementi a carico, ma un cittadino indagato non ha meno diritti di uno non. E questo vale ancora di più per chi, la maggior parte, non fa nemmeno notizia e non ha altra tutela se non il rispetto rigoroso delle forme.

2) L’inversione dell’onere della prova. L’indagato ha diritto – urgenza, dal suo punto di vista – di produrre le ragioni della propria difesa. Ma il destino giudiziario di un cittadino non dipende – non dovrebbe dipendere – dalla capacità di difesa. È l’accusa che deve provare la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio. Al contrario funzionava l’Inquisizione, dove all’accusa di stregoneria o di eresia – elevata a insindacabile arbitrio dell’inquisitore – ci si poteva sottrarre solo dimostrando di non essere colpevoli. Non ci si riusciva, di solito.

3) La sede naturale del processo è l’aula di tribunale. Da tempo alcuni pm, fortunatamente una minoranza, sono invece convinti che non sia così. Il loro obiettivo è teso a concentrare in pochi giorni, quelli in cui la notizia di reato finisce sui media, e nelle settimane successive, tutto lo sforzo investigativo. Il successo di un’inchiesta, in questo format giudiziario plurisperimentato, non si fonda più sul processo, la sentenza e i tre gradi di giudizio. Ciò che conta è la copertura mediatica dell’inchiesta, cui si offre benzina grazie alla pubblicazione indiscriminata di atti in teoria coperti da segreto istruttorio. Abbiamo assistito anche a casi di inchieste congegnate, di fatto, per esplodere solo mediaticamente. In tali casi, più i nomi coinvolti sono di rango, più la tesi accusatoria è ampia e generica ma roboante, più il pm potrà spiegare il successivo flop con la tesi dei poteri forti che hanno impedito lo sviluppo dell’azione penale. Una tesi che frotte di dietrologi sono felici di trangugiare. E che spesso apre le porte della politica all’ex toga.

4) La pubblicazione di intercettazioni. Da anni si battibecca su questo punto, eppure non è difficile venirne a capo. Le intercettazioni sono uno strumento essenziale di indagine e la loro limitazione rischia di essere un ostacolo all’azione di molti bravi magistrati. In questi anni la loro divulgazione illimitata ha però fatto scempio dei diritti. Il problema non riguarda solo tutti quei cittadini che, pur non oggetto di indagine, hanno visto le loro conversazioni pubblicate sui giornali ma anche gli stessi indagati, le cui conversazioni telefoniche sono state date in pasto all’opinione pubblica a prescindere dalla rilevanza penale. Si tratta di un circuito perverso: i media alimentano il voyeurismo, alcuni pm se ne servono per riscuotere attenzione. Una battuta antipatica, una frase razzista, un commento sboccato difficilmente hanno a che fare con il codice penale, però contribuiscono a spostare il consenso verso l’accusa. Una legge che fissi dei paletti è auspicabile, ma intanto ci sarebbe già il segreto istruttorio da rispettare. Ci sarebbe.

5) La tentazione del giudizio morale. Un magistrato non è un prete. Non deve sindacare sul rispetto di comandamenti ma delle leggi. Non gli competono giudizi sulla moralità delle persone su cui indaga o che è chiamato a giudicare. È diventata invece prassi consolidata infarcire gli atti di valutazioni etiche o aggettivi (“turpe”, “spregevole”, ecc.) che, spesso, non hanno alcuna relazione con il reato contestato. Perché di un tangentista non importa sapere se è un traditore della fedeltà coniugale ma solo se ha rubato, di un corruttore non conta se ha riso di disgrazie ma se ha corrotto o no. La demolizione della personalità dell’indagato è invece strumento largamente perseguito, spesso per surrogare la mancanza di prove concrete.

6) Inchiesta sull’universo mondo. Il raggio di azione di un pm è necessariamente soggetto ad alcune limitazioni. La prima delle quali è territoriale e prescrive che a occuparsi di una notizia di reato sia la Procura competente. Questo principio è più volte saltato e ormai ci sono pm che non riconoscono confini alla loro azione, se non quelli della notiziabilità delle inchieste da intraprendere.

7) La differenza tra giudice e storico. La missione di un magistrato non è riscrivere la storia, magari con l’idea – esplicitamente teorizzata a proposito del processo sulla trattativa Stato-mafia – che gli strumenti coercitivi dell’azione giudiziaria possano arrivare laddove lo storico non arriva con le sue fonti e i suoi strumenti.

8) Le invasioni di campo. La missione della magistratura non è riformare il sistema politico ma perseguire i reati. Né le toghe possono rappresentare un contropotere legislativo. I pm hanno lamentato, spesso a ragione, invasioni di campo da parte della politica, ma sconfinano a loro volta tutte le volte che usano la forza sindacale per inibire il legislatore dal mettere mano alle riforme di settore.

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3 risposte a Giustizia, la riforma a costo zero

  1. Paolo Sibilla ha detto:

    Concordo in pieno, ma agli 8 punti aggiungerei i seguenti:
    1) (premessa agli 8 punti) – codificare in Costituzione il seguente articolo:
    Tutte le leggi (Parlamento nazionale – Assemblee regionali – Giunte degli Enti locali) devono essere scritte in lingua italiana, corrente e scorrevole, senza usare termini per soli iniziati, non devono contenere riferimenti a leggi o norme preesistenti; quando una nuova legge o norma entra in conflitto con una precedente, quella precedente si intende automaticamente abrogata.
    Le leggi devono essere redatte con la chiarezza necessaria ad evitare diverse interpretazioni e per venire applicate in maniera univoca da tutti i Magistrati.
    Le leggi e norme devono essere complete delle disposizioni attuative al momento della loro approvazione ed entrare immediatamente in vigore dalla pubblicazione in G.U.
    Qualora in ambito giudiziario si riscontrassero dubbi sull’interpretazione di una legge o parte di essa, la legge o parte di essa deve essere rimandata al Legislatore competente (non ad altro Magistrato) per la revisione della stessa.
    2) Se ad un Magistrato si presenta una causa che non rientra in nessuna legge vigente in quel momento, non deve inventarsi una sua fattispecie di reato, semplicemente deve respingere il ricorso e archiviare la pratica.
    3) Occorre stabilire un limite di tempo (30 gg?) entro il quale un Giudice debba presentare le motivazioni delle sentenze emesse.

  2. renzo ha detto:

    otto proposte da sottoscrivere in pieno ! Aggiungerei che anche i signori Magistrati timbrassero il cartellino come tutti, altro che scrivere le sentenze (con comodo!) ed esaminare gli atti (magare perdendone qualcuno per strada!) a casa ! Renzo

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