Tomas, in arte er Monnezza

tomas

Dal Messaggero del 12/10/2014

di Stefano Cappellini

In un bar della sua adorata Roma, la città dove il cubano aspirante attore Tomas Milian arrivò nell’aprile del 1959 «precipitandovi come un meteorite» (parola di Kim Arcalli) e poi diventandone, una ventina di anni dopo e per sempre, monumento popolare, la prima reazione alla sua autobiografia appena uscita in libreria potrebbe partire come un dialogo manuelfantoniano: «Ma tu lo sapevi che Tomas Milian è bisessuale?». La differenza è che qui non c’è coatto che s’azzarderebbe a rispondere «me crolla un mito», perché il mito di Milian e del suo alias cinematografico er Monnezza – il poeta della parolaccia, il virtuoso della battuta lesta in romanesco, il Belli della rima scurrile – esce ancora più grande e rotondo dalla lettura di Monnezza amore mio (Rizzoli, 297 pagg, 18,50 euro), autobiografia scritta con Manlio Gomarasca (i cinefili lo conoscono come fondatore della rivista Nocturno), memoria a due voci in senso letterale, dato che la vita di Tomas è chiosata proprio dai commenti del suo personaggio più famoso, che naturalmente si esprime in dialetto e scrive come magna, cioè benissimo.

 
UN CUBANO A ROMA
Si parte dalle campagne cubane e dal trauma di un padre che si suicida sparandosi al cuore sotto gli occhi di un Milian dodicenne, si trasvola in una New York da Actor’s studio a cavallo tra metodo Strasberg e metodo Limonov (anche Milian, come il poeta russo squattrinato, si ritaglia una parte da mantenuto di lusso, prima presso un fotografo di moda, poi ospite di una milionaria non proprio generosa) e si finisce finalmente nella capitale dove er cubbano arriva ingaggiato per uno spettacolo teatrale di Franco Zeffirelli e, in pochi anni, dalla pensioncina di via Due Macelli fino all’attico pariolino di via Scarpellini diventa attrazione esotica prima ancora che attore professionista. Capellone, jeans sdruciti, un look trasandato non molto lontano da quello che lo avrebbe portato al trionfo di botteghino, Milian è già Monnezza ma, a differenza del suo alter ego salariato, guida auto di lusso, seduce nobildonne, trascorre le nottate al Club 84 e al Jackie O’, presenta al Piper il 45 giri del Tomas Milian Group. Sul suo conto si diffondono dicerie e leggende perlopiù false: il mito che non si lavi mai, che picchi le donne, qualcuno racconta addirittura a Luchino Visconti che si è mangiato le due pavoncelle bianche che il regista di Senso e Ossessione, suo estimatore, gli ha regalato dopo averlo diretto in un episodio di Boccaccio 70, nel quale Milian fa la parte di un conte milanese. «L’unico in Italia che può interpretare un vero aristocratico sei tu», diceva Visconti all’attore che sarebbe diventato la più grande maschera proletaria del cinema di genere italiano. E non aveva mica torto. I primi ruoli al cinema sono da aristocratico o da borghese viziato. Serve la brusca fine di un contratto d’esclusiva con il produttore Franco Cristaldi, e l’intermezzo della stagione degli spaghetti western con pellicole di culto come Corri uomo corri e Tepepa (interpretato insieme a Orson Welles), prima che Milian imbocchi la via della gloria definitiva.

 
QUINTO DA TOR MARANCIA
Succede quando i polverosi set spagnoli in Almerìa lasciano il posto all’asfalto delle città italiane, spariscono le diligenze e spuntano Kawasaki e Alfette, nasce il poliziottesco all’italiana, violento e fracassone come il western de noantri, ma con i malavitosi di borgata invece degli svaligiatori col cappellone e i commissari incazzati al posto degli sceriffi. L’anno chiave è il 1976, il demiurgo è un milite ben noto del b-movie, il toscano Umberto Lenzi, che affida a Milian il ruolo di protagonista di Roma a mano armata (Vincenzo Moretti detto il Gobbo), la scintilla è la scena al distributore quando il Gobbo, rifiutando di pagare il pieno al benzinaio La Pira Galeazzo, non rinuncia a comunicargli l’intenzione con una famigerata rima baciata. Qui nasce di fatto il Monnezza, che esordirà ufficialmente nel film successivo, Il trucido e lo sbirro, sempre girato da Lenzi, con una formula già ben definita: trama gialla, metà azione e metà comicità. Seguirà una dozzina di titoli, nei film successivi il personaggio – per una questione di diritti – si chiamerà Nico Giraldi, ma queste sono sottigliezze da filologi e per tutti resterà er Monnezza, figlio der Gratta (all’interno del Grande raccordo anulare grattare significa rubare): il capello lungo, lo zuccotto, la tuta blu, le Adidas a tre strisce, un filo di kajal sugli occhi. Mezzo Serpico, mezzo autonomo, tutto coatto, uguale spiccicato a un amico vero di Tomas e sua controfigura, ovvero Quinto Gambi, pesciarolo di Tor Marancia, «simpatico, paraculo e comunista», conosciuto una sera al Piper dove mancava poco che rimorchiasse pure Joan Baez.

 
IL FIGLIO DI ANGELINA
Nei cinema dove si proiettano i film del Monnezza ci sono solo posti in piedi. La serie delle Squadre e dei Delitti, che si prolunga fino ai primi anni Ottanta, con Sergio Corbucci alla regia e Galliano Juso produttore, incassa miliardi su miliardi. È il successo vero e Milian lo cavalca: «A me Tomas non piace, è vulnerabile, ingenuo, timido, Monnezza è coraggioso saggio, estroverso». Soprattutto, è romano. Di una romanità esuberante, volgare, certo, ma sincera e spesso irresistibile, restituita autentica dalla voce del doppiatore Ferruccio Amendola. Si aggancia più a certo neorealismo minore che alla commedia all’italiana, nella lingua riecheggia il piglio di Anna Magnani anziché il timbro di Alberto Sordi: er Monnezza è, anche anagraficamente, il figlio non degenere dell’onorevole Angelina e delle borgatare che a fine anni Quaranta baccajavano per ottenere diritti e speranza. E pure lui baccaja, mena, ‘mpiccia e ‘mbroja, nasce ladro e diventa ispettore, ma nel passaggio conserva la stessa morale personale un po’ al di sopra e un po’ al di sotto della legge, che si dispiega burbera e bonaria nei bar fumosi col Punt e mes sul tavolo e il calendario Cinzano alle pareti, sarcastica e spietata nelle ville con piscina da dove, quasi sempre, sortisce il colpevole del film.

 
DESTINAZIONE SAI BABA
Poi arrivano gli Ottanta, le notti smettono di essere boogie, Monnezza se ne va piano piano insieme al suo mondo di freaks, ladruncoli e comparse di Cinecittà, e Milian rifluisce proprio come i giovani dell’epoca: la droga, il privato, la ricerca della spiritualità in India alla corte del santone Sai Baba. Poi il ritorno negli Usa e l’inutile rincorsa del grande film americano, che per Tomas, classe 1933, nonostante qualche bel ruolo (Revenge, Traffic) non arriverà mai. Resta il rimpianto della Roma sua bella. E l’amore suo, er Monnezza, il mito che resiste anche a un trascurabile remake di pochi anni fa. Ma niente malinconia: «La vita me la sono bevuta, me la sono sc…», Vabbè, diciamo che c’ha fatto l’amore.

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