C’era una volta Mazzalupi

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Vorrei dire quanto poco mi è piaciuto Il nome del figlio, e la cosa mi spiace sinceramente, ma prima consentirete un flashback.

Io me lo ricordo bene l’effetto che fece l’apparizione sugli schermi di Ruggero Mazzalupi sui militanti della sinistra. Un incubo. Lo spauracchio degli spauracchi. Un avversario dialetticamente imbattibile. Ruggero Mazzalupi era uno dei protagonisti di Ferie d’agosto, forse il miglior film di Paolo Virzì. Chi era Mazzalupi? Era un bottegaio ricco, cinico, razzista, ma con una sua simpatia istintiva. Era l’ultima riuscitissima incarnazione del villain da commedia all’italiana, solo che per ammazzare il “buono” non gli occorreva un giro assassino in spider, come al Gassman del Sorpasso: gli erano sufficienti un paio di battute sulla “fine delle ideologie” o sui “quarant’anni di consociativismo”. Erano i primi mesi dalla discesa in campo di Berlusconi e la forza di Mazzalupi era matura per abbattersi senza scampo sui rivali di sempre: non c’era più bisogno di schermirsi, come gli elettori democristiani che “il voto è segreto”. No, per i Mazzalupi il voto non era più segreto, tutt’al più inutile e sopravvalutato (“Io i partiti l’ho votati tutti!”). Alzi la mano il sinistrorso che, alla fine della mitologica sequenza del duello oratorio con Molino/Silvio Orlando, giornalista dell’Unità, quella in cui Mazzalupi piazzava un affondo decisivo sull’antagonista (“La verità è che voi intellettuali nun ce state più a capì un cazzo, ma da mo’!”), non si trovò terrorizzato davanti all’evidenza della nuova egemonia mazzalupiana, suffragata dalla chiosa dell’indigeno di Ventotene: “A me, me pare ca ave raggione u signore”. Il popolo non stava più dalla parte “giusta”. E la commedia di costume, firmata da autori rigorosamente di sinistra, stava lì a raccontarlo con crudele auto-satira. Mazzalupi resta il punto più alto di un genere – la rottamazione dei tic e dei birignao della sinistra classica, la lapide sulla presunzione di superiorità di una cultura politica già messa a dura a prova dalla fine del Pci e dal trionfo del Cavaliere – che avrebbe dilagato ben oltre il cinema: saggistica, storiografia, giornalismo. Ma ora, esaurita la necessaria premessa, la domanda è: non sarà il momento di passare oltre? Davvero, vent’anni dopo Mazzalupi, e trent’anni dopo La terrazza di Scola e l’urlo di Fantozzi sulla Corazzata Potemkin, e per sovrappiù con Renzi regnante, c’è ancora spazio per starla a menare con quanto è elitista, sconnessa e passatista la sinistra postcomunista? Oppure bisogna cominciare a dire che il genere dell’auto-satira ha raggiunto vette di conformismo, banalità e assuefazione che nemmeno gli stornelli degli Inti Illimani e i film di Glauber Rocha nei Settanta?

Una risposta a questa domanda ce l’avevo anche prima di vedere il film di Francesca Archibugi, che è l’adattamento di un testo francese, ma è di fatto il remake fuori tempo massimo di Ferie d’agosto (con un di più di sorrentinismo nell’uso barocco e prolisso dei movimenti di macchina, ma questa è un’altra storia). Gassman agente immobiliare è il Mazzalupi di oggi, Lo Cascio intellettuale sfigato e impopolare è Orlando, che ha ormai sublimato la sconfitta gettandosi a capofitto su Twitter. C’è la Roma ruspante e disimpegnata di Casal Palocco da una parte e la nuova enclave radical chic del Mandrione dall’altra. Disimpegno versus seriosità. L’ignoranza che fa consenso contro la seriosità che crea sfiga e isolamento. Tornano pure le stesse battute: il Gassman che suggerisce a Lo Cascio di votare centrodestra come atto di liberazione ricalca la scena in cui l’attoruncolo impegnato di Ferie d’agosto saliva sul palco del karaoke e si liberava una volta per tutte: “Voi sì che siete simpatici, non come i miei amici… Viva il Popolo della libertà!”. Solo che tutto ciò che nel film di Virzì, qui in veste di produttore, era nuovo e vitale, ormai è solo bolso e macchiettistico. Abbiamo assistito a troppe comparsate di Cacciari nei talk del mattino e della sera, letto troppe editorialesse di Ricolfi, visto uscire in libreria troppi saggi di Francesco Piccolo, qui sceneggiatore, per sentirci stimolati dall’ennesimo auto-da-fé. Nessuno nega che esemplari di sinistra elitista e classista esistano ancora (ecco magari, però, i figli dell’artistocrazia comunista non fanno gli agenti immobiliari, più facilmente i broker o gli editorialisti del Corriere della sera, ma pure questa è un’altra storia) e la tentazione di raccontare di nuovo il giapponese che combatte nella giungla a guerra finita ha sempre il suo fascino letterario, purché nessuno voglia farci credere quanto sia ancora urgente che arrivino i marines per stanarlo.

Senza astio, vorremmo dire a Virzì e Archibugi che i loro personaggi somigliano più a quelli del finto film di Caro diario, dove una congrega di quarantenni delusi si trovava a concionare sugli errori della militanza di un tempo, che non era solo una parodia dei luoghi comuni del reducismo (“Quanti errori abbiamo fatto!”) ma pure la spietata fotografia di un certo cinema italiano camera e tinello, più sconnesso dalla realtà persino degli orfani snob del comunismo.

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Una risposta a C’era una volta Mazzalupi

  1. La Rockeuse ha detto:

    Il tuo sarcasmo vince ❤

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