Renzi e il fantasma del Pd

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La caratteristica principale del dibattito sul Pd è che l’interesse dell’opinione pubblica per la materia è prossimo allo zero. Il 13 agosto, probabilmente, qualcosa in meno. Non è solo colpa della distrazione estiva. È che l’interesse delle persone tende a scemare quando l’oggetto della discussione è impalpabile. Anche le scie chimiche, gli ufo e la ‘ndrangheta a via Fani non sono argomenti solidissimi ma, a differenza del Pd, la fantasia complottista può rianimarli nello spazio di un mattino. Il dibattito sul Pd è invece così inerte da risultare impermeabile persino alla dietrologia, almeno fino a quando non spunterà un saggio di numerologia templare sui 101 traditori di Prodi o un Robert Harris non scriverà la versione italo-renziana del Ghostwriter.

Questo disinteresse è, direbbero gli studenti del Dams, un meta-linguaggio: racconta il disagio che una larga parte dell’elettorato di sinistra prova nei confronti del partito che ne dovrebbe rappresentare interessi e ideali. Anni di inconcludenti congressi, documenti e seminari sul partito solido ovvero liquido, sulla socialdemocrazia versus liberalismo, sulla premiership distinta dalla leadership ma anche no, hanno prodotto solo numerosi e traballanti segretari, due anni di disastrato governo Prodi e sei mesi di Letta-Alfano. Naturale che, alla fine di questo calvario, fosse sufficiente un tweet di Renzi a spazzare via tutto e tutti, suonando come un liberatorio urlo fantozziano persino alle orecchie dei più trinariciuti spadellatori di piadine alle Feste dell’Unità. È come quando hai una macchina che ti dà continui problemi, la porti in officina, cambi i pezzi, ma il problema non si risolve, i soldi per comprarne una nuova non ci sono, alla fine te la tieni e smetti di consultare il meccanico: speri solo, senza troppo ottimismo, che il mezzo non ti lasci per strada.

Oggi il mezzo è Renzi, che non ha un partito dietro di sé, essendo peraltro fondato il sospetto che non gli interessi granché costruirlo. Il Pd come scontro di linee, come dialettica di maggioranza e minoranza, esiste nelle note dei giornali e nei pastoni del tg. Nella vita vissuta non ve n’è traccia. E’ l’ultimo avamposto di Second Life, sempre che qualcuno ancora si ricordi di cosa stiamo parlando, e se c’è chi pensa che un fascio di lettere all’Unità sullo scontro Staino-Cuperlo sia un bagliore di vitalità e passione io, come il maggiordomo di Viale del Tramonto, suggerirei di non guardare troppo da vicino le date sul francobollo, compreso quello sulla missiva di Bobo, visto che tra le sue raccomandazioni c’è l’invito a non replicare con Renzi l’errore commesso dai comunisti negli anni Trenta con la teoria del socialfascismo. Peccato che Bordiga non possa più dire la sua.

Ha invece ragione da vendere, Staino, quando sottolinea che Renzi surclassa i suoi antagonisti interni per capacità e coraggio, e che finalmente la sinistra ha un capo che non si sottrae alla lotta e, vivaddio, alla rivendicazione dell’esercizio del potere, dopo lustri di aspiranti premier che non lo fo per piacer mio, di leader in transito presunto verso l’Africa e di candidati segretari nella pausa tra un saggio e un romanzo.

Obiettano i maligni: che disgrazia per la sinistra aver trovato un capo proprio quando ha smesso di esistere. Siamo cioè qui alla domanda delle cento pistole: Renzi è o no di sinistra? Rispondere è un’impresa. La sua primazia non si appoggia più ad alcuna coordinata del passato. Un bene, secondo molti. Ma sbaglia, a mio parere, chi accomuna la sua esperienza a quelle di Tony Blair in Gran Bretagna o di Gerard Schroeder in Germania: lì ci fu un organico e collettivo lavoro di revisione dei cardini culturali di una parte politica. Il Labour strappava con i tomi di Giddens, il Pd con le battute di Serra (il finanziere, non Michele). La Terza via teorizzava lo spostamento al centro. Renzi, invece, non è nemmeno un centrista. Renzi è davanti, è dietro, è sopra, è sotto, di sbieco. La sensazione è che potrebbe prendere qualsiasi posizione, a destra di Alfano ma pure a sinistra di Landini, se lo storytelling lo richiede. I teorici del superamento destra-sinistra amano da anni definire questa spregiudicatezza “cultura del fare”. Magari i neo-convertiti al renzismo potrebbero citare a supporto di questa filosofia il gatto di Deng, che poco importa se è bianco o nero purché acchiappi il topo, o forse riesumare qualche motto togliattiano, perché in questo grande boh che è oggi la sinistra italiana – di cui Jovanotti è non casualmente uno degli ultimi guru rimasti – non ci viene risparmiata neppure la trascurabile ansia (di pochi, per fortuna) di legittimare la foto di Renzi nell’album di famiglia del post-comunismo.

Renzi sbandiera giustamente l’obiettivo di sottrarre consensi al campo avversario, ma non pare coltivare l’ambizione di costruirci sopra una dottrina che lo collochi in un suo campo ben definito. Non che debba per sfoggio accademico, la parabola di Berlusconi ammonisce però che nemmeno il più solido patrimonio di consenso personale sopravvive all’inflazione del tempo se non si radica in un progetto, in una comunità cementata da un pensiero oltre che dagli interessi sacrosanti ma transeunti degli 80 euro in busta paga o dell’abolizione della Tasi (ne avevo scritto qui, molto prima che Renzi diventasse segretario).

La questione è – scusate l’aggettivo ormai screditato – complessa, molto più di quanto vorrebbero quelli che la liquidano in poche battute, spiegando che il modello novecentesco di partito è tramontato. Chi può negarlo? I tempi sono cambiati da un pezzo. “Pensavo che la politica si facesse più nelle sezioni”, diceva l’ingenuo spin doctor Silvio Orlando al ministro socialista Nanni Moretti, che infatti lo gelava così: “E che siamo, negli anni Cinquanta?”. Il film era Il portaborse, l’anno il 1991. Ventiquattro anni dopo c’è chi è ancora convinto di svelare un segreto di Fatima spiegando che il mondo di Guareschi, dei film di Scola e dei viaggi a Mosca con l’associazione Italia-Urss è tramontato. Non è solo una rozza rimasticatura dello spirito dei tempi, è anche un po’ una mistificazione consapevole, un alibi pseudo-intellettuale per giustificare la disaffezione, il crollo delle iscrizioni, la fine della partecipazione, la desertificazione del territorio. Nessuno si iscrive più al Pd? Che ci volete fare – è la vulgata – volete ancora il dibattito alla Casa del popolo? Come profondità di argomentazione, siamo a un passo dal guzzantiano “allora ditelo che rivolete il comunismo”.

In realtà, la domanda di partecipazione è ancora forte.  Il Movimento 5 Stelle è un caso di scuola esemplare di costruzione di una comunità attiva intorno a un progetto politico capace di ricreare forme di attivismo non solo virtuali. I dati sul voto dei giovani sono sconfortanti per il Pd se paragonati al M5S, che ha una capacità di attrazione molto più forte su quegli under 25 che non vogliono limitarsi a mettere una croce su un simbolo ogni tot mesi. Dunque male il Pd, bene il M5S? Non proprio. La militanza è un fenomeno direttamente proporzionale alla creazione di una identità forte. L’identitarismo è, a sua volta, un elemento che può diventare una zavorra, perché tende naturalmente a creare un manicheismo che favorisce l’arruolamento ma preclude la raccolta di quel consenso ampio e trasversale che è un obiettivo irrinunciabile di una sinistra di governo. Le difficoltà in cui si dibatte il Labour sono indicative. La probabile elezione di Jeremy Corbyn, perfetto working class hero, alla segreteria laburista sta trainando iscrizioni come da tempo non si vedeva oltre Manica, ma Blair – al di là della sgradevolezza dei suoi toni – non ha tutti i torti nello spiegare che il Labour di Corbyn non avrebbe grandi chance di insidiare il ciclo conservatore.

Districarsi tra governismo e identitarismo è complicato ma irrinunciabile. Senza questo sforzo – che richiede studio, fatica, delega –  l’unico esito è il plebiscitarismo, la suggestione di un rapporto diretto tra il leader e il popolo. Una finta scorciatoia che la sinistra italiana ha sciaguratamente imboccato, inoltrandosi fino a smarrire la via del ritorno, grazie a quel tragico equivoco di democrazia diretta chiamato primarie.

La mobilità renziana è una formidabile arma di guerra tattica, ammesso che le guerre si possano vincere senza strategia. Taluni applaudono questa mobilità, altri ne sono sgomentati. La narrazione ufficiale li vuole smarriti in quanto passatisti, attaccati alla loro vecchia idea di sinistra come Linus alla coperta. Non dubito che in qualche caso sia vero. Ma sono convinto che lo sbandamento di molti elettori di sinistra (e non solo) sia non meno pragmatico e anti-ideologico del renzismo. Nasce da interrogativi prosaici: dove stiamo andando? C’è un progetto politico vero? Una classe dirigente per perseguirlo? Facile accordarsi sull’opportunità che il timone del Paese resti in mano a Renzi anziché passare a Grillo e Salvini, uniche alternative oggi in campo, più difficile accontentarsi di risposte in forma di hashtag. “Basta piagnistei”, la “svolta buona”, “l’Italia riparte” sono messaggi di un ottimismo pure sottoscrivibile, ma dovrebbero rappresentare tutt’al più una cornice. Il quadro, invece, il Pd di Renzi, ancora non si vede. Fin qui l’arte renziana somiglia a quelle installazioni contemporanee sempre in bilico tra talento e improvvisazione, esposte al rischio che qualcuno prima o poi si accorga che la signora sulla sedia, nel padiglione della Biennale, non è un capolavoro di transavanguardia ma solo la moglie di Sordi.

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