Uno dieci cento Tavecchio

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L’elezione di Carlo Tavecchio alla presidenza della Federcalcio racconta molto dell’Italia che viviamo. Conferma, innanzitutto, che si può raggiungere una carica pubblica anche dopo essersi macchiati di un’uscita che impropriamente è stata definita gaffe e che invece era l’espressione di un pensiero compiuto e tutt’altro che involontario, come la famigerata battuta sugli «Optì Pobà mangiabanane», ovvero i giocatori neri che vengono a giocare in Italia (del resto, se un ministro dell’Interno può annunciare in pompa magna una lotta dura ai “vu’ cumprà” non staremo mica a chiedere conto a Tavecchio?). Se il mondo del calcio si illude che sia sufficiente la retromarcia di Tavecchio a renderlo presentabile agli occhi dei suoi futuri interlocutori, o che basti la legittimazione del voto democratico – il neo-presidente è stato eletto al termine di un regolare elezione tra gli aventi diritto – a seppellire la questione, sbaglia. Ma la verità è che il calcio non si illude. Anzi, l’inciampo di Tavecchio lo rende ancora più debole e manovrabile. I suoi grandi elettori – da Claudio Lotito ad Adriano Galliani – non chiedono di meglio.

Racconta, l’elezione di Tavecchio, che in questo Paese ci si può spacciare per alfieri del cambiamento non solo a dispetto della carta d’identità – che non è mai un indicatore certo di svecchiamento reale – quanto di una gestione del potere già pluridecennale e di una fedina penale non proprio specchiata. Chi accusa la politica di scarso ricambio dovrà ricredersi dopo aver sfogliato l’album dell’Hilton Rome Airport di Fiumicino dove si è celebrata l’incoronazione di Tavecchio: Carraro, Beretta, Matarrese…

Racconta, infine, perché questo Paese faccia tanta fatica a cambiare, a migliorarsi, a puntare sul futuro. Tavecchio è stato eletto nonostante l’opposizione di proprietari di club che si chiamano Andrea Agnelli, Giorgio Squinzi, Diego Della Valle, Urbano Cairo e James Pallotta, l’unico tycoon straniero che ha scelto di investire nella nostra serie A, senza dimenticare che Sky, principale finanziatore del giocattolo, ha preso una posizione durissima contro Tavecchio. Poteri forti, in teoria. Ma l’Italia è da anni un Paese troppo debole per esprimere poteri forti nel vecchio senso del concetto. Il nocciolo del potere è in quelle corporazioni che blindano le proprie rendite per spartirsele senza alcuna progettualità, senza responsabilità sociale, senza visione comune. Il calcio è una di queste corporazioni, ma il meccanismo vale per i cartelli bancari, per la burocrazia di Stato, per le professioni pubbliche e non (magistrati, avvocati, commercianti, giornalisti, ecc.). Tavecchio ha vinto perché è il cartonato dietro il quale un pugno di padroni del vapore può perpetuare il proprio controllo del Palazzo mentre vassalli e valvassori – in questo caso i presidenti di B e C – si accodano per puro assistenzialismo spartendosi il grasso abbondante che cola dal vaso dei diritti televisivi e che, non dimentichiamolo, è riempito in buona parte con i soldi dei tifosi: la tassa della passione. Stadi vuoti, calcio-scommesse, regole labili, tutto ciò che affligge il calcio italiano non conta: basta che i rubinetti non si chiudano e che chi sta in cima continui a tenerli aperti a prescindere, senza chiedere in cambio nulla, non la serietà, non l’organizzazione e gli investimenti, figuriamoci l’onestà. In cambio, in Italia, è richiesta solo la fedeltà, così che sia sempre possibile eleggere ovunque uno dieci cento Tavecchio.

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Il bernoccolo del Valle

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Ci sono due modi di andare all’osso del dibattito sul teatro Valle occupato. Il primo – che scarterei con decisione – è aprire il dibattito sulla qualità dell’offerta culturale in questi tre anni di occupazione. Da una parte ci sono i sostenitori dell’esperienza, che rivendicano spettacoli di qualità, serate con ospiti autorevoli e, soprattutto, una partecipazione viva e rinnovata alla vita del teatro. Dall’altra ci sono i detrattori, che sviliscono gli eventi allestiti, fanno i conti di spese e mancati introiti e accusano gli occupanti di impreparazione, arronzamenti culturali e sbrachi tipo le partite dei mondiali al posto dei Pirandello. La mia impressione, prima di scappare in fretta da questo fronte, è che i sostenitori abbiano delle buone ragioni nel riconoscere agli occupanti di aver supplito con impegno e dignità al default della governance precedente e che tra i detrattori ci siano molti specialisti del partito preso. Evidente però che su questo terreno l’opinabile è padrone: ci sono critici che ancora a distanza di decenni si accapigliano sulla qualità del tal allestimento ronconiano, la baruffa non durerà meno ingarellandosi a decidere se fa più cultura sociale un maxi-schermo e ventidue giocatori a caccia del pallone o una più classica soirèe con sei personaggi in cerca di autore. A scendere su questo terreno non si fa un solo passo avanti sulla questione fondamentale: gli occupanti hanno diritto a restare dentro il teatro o devono cedere il passo?

In queste ore al Valle è in corso una discussione sullo sbocco possibile della trattativa con il Comune e il Teatro di Roma. In teoria, c’è la disponibilità degli occupanti a lasciare il teatro il 10 agosto (qui le condizioni per l’auto-sgombero). Nei fatti, si oscilla ancora tra questa possibilità (gli occupanti lasciano il teatro e si studiano forme di co-partecipazione) e ipotesi di resistenza a oltranza (gli occupanti non lasciano e si fanno scudo della Fondazione cui hanno dato vita). Uno dei tavoli di lavoro si chiama così: “Restituire una narrazione in grado di raccontare la complessità di questa fase di transizione e la difficoltà del dialogo con le istituzioni”.

A me pare che, nonostante gli sforzi teorici e giuridici per dare fondamento alla loro esperienza, gli occupanti non abbiano scavallato il problema principale che si oppone ai loro tentativi: come si fa a rivendicare la pubblicità di un bene che è già pubblico? Perché questo è il punto. Il teatro Valle è proprietà di una istituzione che si chiama Comune di Roma. Comune. Mio, tuo, nostro. Di tutti. Non ci si vuole costruire un supermercato, un centro commerciale o villette a schiera. Si vuole restituire il teatro a una amministrazione che può anche ergersi su nuove forme di partecipazione e cogestione – è lecito auspicarlo – ma deve per forza tornare al suo pieno status di proprietà pubblica. Altrimenti, la determinazione degli occupanti a restare in campo diventa una forma di privatizzazione. Un bene che è pubblico, il Valle, diventa appannaggio di una comunità che avrà pure tutte le migliori intenzioni del mondo sull’utilizzo del teatro, ma mai – nemmeno sfoggiando la conoscenza della più sofisticata manualistica sui beni comuni – riuscirà a dimostrare di avere più titoli pubblici di un ente che si chiama appunto Comune, i cui organi deliberanti sono espressione diretta della volontà popolare.

L’impressione è che gli occupanti siano consapevoli che qui sta un bernoccolo che non si spiana. Tanto consapevoli che, alla fine, l’unico vero argomento in campo per proseguire la battaglia diventa questo: non possiamo riconsegnare il teatro a chi l’ha portato allo sfascio. E però, nel ricordare a buon diritto che il Valle è stato portato a un passo dalla rovina, gli attuali inquilini del Valle si rifugiano in una polemica singolare in bocca a dei campioni del benecomunismo. Perché il loro ragionamento suona di fatto così: il pubblico non funziona, ci pensiamo noi. Ma la teoria che il pubblico non funziona e che la gestione di alcuni sevizi deve passare in altre mani è il cavallo di battaglia su cui destra e sinistra liberista sono saltati in groppa negli ultimi due decenni per delegittimare la mano pubblica. Chissà quante articolesse a tesi hanno letto gli occupanti su quei giornali che oggi – con rozzezza talvolta pari a quella dei grillini – accusano di faziosità e prevenzione nei loro confronti. Dice: ma quelli del Valle mica vogliono privatizzare o speculare, anzi sostengono di essere l’unica garanzia che il Valle sia davvero pubblico. Bene, ma non contano le intenzioni, conta la forma che è poi sempre sostanza.

Chi è a favore del pubblico si batte affinché il pubblico funzioni, specie nei casi come il Valle, dove non sussiste alcun dubbio sul fatto che un Comune come quello di Roma ha tutti i mezzi e le risorse per far funzionare la struttura e ha il dovere di attivarle senza alcuna necessità di ricorrere a forme di sussidiarietà. Se invece si invoca la sostituzione del pubblico per inadeguatezza, o la sua surroga, ci si mette su un piano scivoloso e inclinato. Forse qualcuno degli ideologi del Valle pensa di essere in scia a Toni Negri e alla sua distinzione tra “pubblico” e “statale” ma in realtà è molto più vicino a Cl e a un seminario da meeting di Rimini.

L’Italia è piena di enti pubblici che erogano servizi essenziali – la cultura è senz’altro uno di questi – che claudicano o che sono tecnicamente in default. Con quale credibilità gli occupanti del Valle, e chi ne sostiene le ragioni, potranno opporsi domani a chi chiede che la proprietà passi di mano per togliere il controllo a coloro che, per conto della collettività, ne hanno provocato il tracollo? Sulla premessa che loro suono buoni e gli altri rapaci? Premessa che sarà pure vera, ma dall’unico punto di vista che conta – quello politico – resterà sempre indimostrabile. Senza contare che di buoni e colti possono presentarsene altri, a rivendicare diritti di gestione o di co-partecipazione. Che si fa? Vince chi occupa per primo?

La battaglia di questi tre anni è servita a dimostrare quanto sia importante nella vita cittadina una istituzione come il Valle e la responsabilità che grava su chi ne deve garantire il funzionamento. Adesso, vinta la battaglia, è ora che il bene comune torni nelle mani di tutti.

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Il romanzo dei Buoni

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A voler essere pigri, c’è una facile chiave di lettura de I Buoni, il romanzo di Luca Rastello da poco in libreria ma sulla bocca di molti già prima della sua uscita: basta lasciarsi sedurre dal gioco degli alias, un gioco dove si vince facile grazie alla immediata riconoscibilità di personaggi, fatti e luoghi reali che si celano dietro il sottile paravento della finzione. Ecco il prete in maglione sdrucito, icona della legalità e cantore dell’impegno di strada (nel racconto si chiama don Silvano ma è chiaramente un alter-ego di don Ciotti); la sua onlus attiva nel campo dall’antimafia e dei servizi sociali con sede in una città mai citata ma che non si fa fatica a identificare come Torino; c’è la cerchia di personalità del mondo della politica, della cultura e dello spettacolo che supportano il don con parole e opere (tipo il famoso magistrato locale con storica militanza a sinistra, o la comica che ha tanto successo in tv con il suo mix di parolacce e predicozzi populisti e che, a telecamere spente, ha con il popolo un rapporto non proprio di empatia, o ancora il rocker “maledetto” che finanzia le attività e si riconosce pubblicamente nella sbandierata teologia degli ultimi); c’è soprattutto un dietro le quinte dove si racconta come i mezzi con i quali questa organizzazione persegue i suoi presunti fini sono la negazione dei principi propagandati: bilanci taroccati, razzia di fondi pubblici, uso privatistico delle strutture, abusi sessuali, dipendenti mobbizzati e licenziati, finanziamenti su estero e finanziatori ambigui (in cima alla lista dei munifici benefattori di don Silvano c’è un personaggio che ha un curriculum perfettamente coincidente con quello di Giuliano Tavaroli, ex capo della sicurezza di Pirelli e Telecom prima di finire al centro di una nota inchiesta a base di spionaggio e ricatti). Capirete bene, dopo questo elenco di malefatte, come appaia una innocua digressione l’esplicita allusione a un love affaire tra il don e la protagonista femminile del romanzo, ragazza rumena ex sbandata che il don accoglie e promuove prima che il lato oscuro travolga tutto e tutti.

A rafforzare la chiave pamphlettistica e retroscenesca del romanzo concorre infine il fatto che Rastello, con il gruppo di Abele di don Ciotti, ha lavorato per anni e con ruoli di responsabilità, tra i quali la direzione della rivista Narcomafie, e che un altro dei personaggi della storia – il tormentato e colluso Andrea – è cesellato con gli attrezzi e il materiale dell’autobiografia.

Naturalmente la notorietà e l’autorevolezza della figura presa di mira ha scatenato subito un bel dibattito: i giornali di destra non hanno mancato l’occasione per mettere in discussione un santino della controparte (nella narrazione trova posto anche una storia finita di recente sulla stampa destrorsa, e cioè la denuncia di un uomo che sostiene di essere stato aggredito e picchiato da don Ciotti dopo aver chiesto invano che fosse regolarizzato il suo contratto di lavoro: nel romanzo la lettera di don Silvano per scusarsi con quest’uomo è il calco fedele di ricalcata scritta e divulgata nella realtà da don Ciotti). E’ bastato poi che Adriano Sofri segnalasse sul Foglio l’uscita del romanzo (con un pezzo molto equilibrato e ricco di domande più che di asserzioni, peraltro) per armare la penna del network ciottiano con accuse di malafede e lesa maestà (prima l’intervento di un campione a oltranza del societàcivilismo, Nando Dalla Chiesa, subito seguito da quello di Gian Carlo Caselli, entrambi non casualmente ospitati dal Fatto, un giornale che ha molto a cuore la distinzione tra Buoni e Cattivi e che di base la esplica nella distinzione tra abbonati e lettori del quotidiano versus non abbonati e non lettori).

Per non restare travolto dal vento del gossip e forse anche per evitare che questo vento disperdesse la notevole qualità letteraria del suo lavoro, Rastello è intervenuto a sua volta nel dibattito per cercare – un po’ goffamente, a onor del vero – di sminuire il legame del suo racconto con fatti e personaggi reali. L’operazione non può dirsi riuscita, ciò non toglie il diritto dell’autore a rivendicare per il suo libro un’attenzione che non si riduca al gioco del chi è chi o del “davvero è andata così?”. Solo così, sottraendosi alla tentazione del giurì d’onore per stabilire se le mancanze e di don Silvano e della sua corte dei miracoli abbiano un corrispettivo nella realtà, anzi dando per buono che don Ciotti e i suoi non abbiano nulla a che spartire con la finzione, si può arrivare a privilegiare la seconda chiave di lettura e rendere giustizia al grande merito de I Buoni. Che è a mio giudizio l’aver interpretato con una potente ed elegante veste narrativa uno spirito del tempo – vorrei dire spirito maligno, a patto che nessuno lo prenda per un nuovo pruriginoso rimando al religioso protagonista.

Attraverso le vicende di questa holding del “Bene assoluto che si erge contro il Male assoluto”, di questa casta dei Buoni che rivendicando un primato morale “traveste da inclusione la quintessenza dell’esclusività”, Rastello ha dato forma presente al romanzo più politico degli ultimi anni. Ha ragione Goffredo Fofi, citato in quarta di copertina, a definirlo “un romanzo tutto del nostro tempo, finalmente”. Rastello ha scansato tutti i canoni modaioli della letteratura a chiave politica, spesso tesi a trasfigurare il presente in un altrove storico e geografico. Lontanissimo dal danbrownismo insurrezionale alla Wu Ming, dal pop-noir alla Carlotto/Lucarelli o dal bolso lirismo della narrativa reducista, I Buoni è la testimonianza di un qui e ora assoluto e devastato. E il cuore di questa devastazione non è la denuncia di come in questo Paese, segnato da una profonda distonia tra leggi formali e comportamenti sociali, il culto della legalità sia servito più da facciata per la coltivazione di affarismo e carrierismo che per ristabilire il rispetto dei codici. I Buoni non corre mai il rischio di esaurirsi in un facile allarme sul male che si insinua nel campo del bene e lo minaccia, sennò giocherebbe allo specchio sullo stesso terreno manicheo dei personaggi che si agitano nel romanzo o di quei talk show dove ogni settimana i Buoni sono chiamati a officiare il rito della lotta ai Cattivi (il santorismo, va da sé, è insieme la massima espressione mediatica del partito dei Buoni e il tempio che ha definito alcune delle principali regole d’ingaggio della politica e dell’impegno trasformati in teologia dello spettacolo).

Ogni anfratto narrativo de I Buoni contribuisce, al contrario, a demistificare la pretesa stessa che esista un confine marcato tra Bene e Male e soprattutto che su questo confine si possa e si debba costruire – come è invece accaduto – una visione generale delle cose del mondo. Demolisce il mito della società civile che surroga le carenze delle politica e schizza una realtà dove la sconfitta della partecipazione e la drammatica assenza di un orizzonte collettivo ha lasciato campo libero al moralismo delegato e all’impegno ipocrita (“Tutti abbiamo bisogno di convivere con il male, fingendo di combatterlo”). Racconta come il partito dei Buoni abbia di fatto privatizzato la militanza sociale, offrendo a un pezzo della stanca e declinante società italiana un comodo outsourcing della solidarietà, una partita di giro da cui ciascuno guadagna qualcosa: gli adepti, la purificazione delle coscienze; i sacerdoti, il potere e il business (“Molti criminali sono migliori dei sacerdoti di questa legalità”).

Svela un colossale auto-inganno collettivo, la tragica illusione dei sedicenti migliori – loro sì consapevoli e attivi a differenza degli incolti idioti che si lasciano ingannare dai pifferai magici – dimostrando come i Buoni rispondano ai comandi di un marketing non meno di scientifico di quello berlusconiano: l’uso di forme lessicali standard (la prima persona plurale, l’ossessivo ritorno di alcune espressioni e parole, vedi alla voce “memoria”), l’acritico culto della personalità (specie se togata, inutile citare qui la lunga serie di cavalieri del Bene, da Di Pietro a Ingroia e De Magistris che con le loro incursioni in politica hanno disastrato una sinistra già pericolante di suo), la strategica pianificazione delle campagne mediatiche e la scelta dei temi di intervento su base sondaggistica (è così che la “lotta alla droga”, sotto le cui insegne si sperimentano le prime adunate dei Buoni, nel tempo quasi sparisce per lasciare il campo al sociale e alla lotta alla criminalità quando l’eroina è definitivamente surclassata dalle mafie in cima all’elenco delle emergenze percepite).

Infine, I Buoni ci consegna di soppiatto lo spietato racconto della trasformazione antropologica, prima ancora che politica, di una parte rilevante della sinistra di questo Paese. Dei suoi ideali, dei suoi scopi pratici, del suo ruolo sociale e culturale. Demistifica riti e miti di quel pezzo di società italiana che negli ultimi trent’anni anni, rivendicando un inconsistente primato morale e delegando la questione sociale alla carità dei Buoni, si è crogiolato in un mix di ottuso legalitarismo (“La legalità dovrebbe essere un metodo ma loro l’hanno trasformata in un valore in sé assoluto, il loro vitello d’oro”) e manicheismo troglodita (“Chi non è con noi è contro di noi”). Quella sinistra che ha dovuto persino dismettere le proprie insegne, ora che la nuova furiosa crociata dei Buoni è egemonizzata da un ex comico politicamente molto ambiguo, e che non poteva finire altrimenti, essendo nata all’incrocio dei vizi peggiori dell’album di famiglia. Dal declinante Pci di Enrico Berlinguer ha ereditato, sublimandolo, il mito della diversità e della questione morale, trasformata però in mera ansia giudiziaria. Dai movimenti ha invece succhiato il rifiuto per la politica istituzionale, la mitologia (più spesso mitomania) del fuori e del contro, la primazia del “sociale” che ha posto le basi per un felice disimpegno vestito però di finta coerenza con gli ideali ribelli di un tempo. Del resto, all’uscita degli anni di piombo c’è chi si è buttato sugli ashram indiani, i centri di meditazione guidati da guru dello spirito. E c’è chi si è dato al business. Ma era ora che la fabula narrasse soprattutto di chi ha capito che il business del futuro erano proprio gli ashram.

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Fazio, la tv intelligente e i peggiori blog di Caracas

Conferenza stampa di presentazione del 63mo Festival della canzone italianaDal Messaggero di oggi

di Stefano Cappellini

«Ci sono cretini che hanno visto la Madonna e cretini che non hanno visto la Madonna», declamava Carmelo Bene in Nostra signora dei turchi regalando al suo pubblico un aforisma imbattibile sulla casualità della visione e a Fabio Fazio, nel piccolo dei nostri giorni, un potenziale argomento nella sua ricerca di alibi al calo di ascolti che affligge questa edizione del festival di Sanremo.

Forse a Fazio verrà più facile citare un De Gregori, come i calciatori non si giudicano dai calci di rigore è possibile che anche il festival non si possa valutare sui dati Auditel, o magari un Battiato, perché talvolta è vero che, come le stagioni dell’amore, lo share viene e va senza troppe spiegazioni. Resta però, al di là di ogni tara sugli ascolti, la sensazione di stanchezza che emana dal festival della coppia Fazio-Littizzetto, così marcata che la tentazione di ergere questo crepuscolare Sanremo a specchio del Paese è potente e banale quanto la corsa alla metafora sul raddrizzamento della Concordia (che peraltro a differenza del festival e dell’Italia s’è raddrizzata davvero).

Sanremo è stato nella sua versione più pura, quella alla Baudo, quella della resurrezione dopo gli anni bui, il trionfo dei cliché: il presentatore in smoking, la valletta mora e la valletta bionda, la diva che scende le scale, le gag riciclate dal repertorio dell’avanspettacolo, il super-ospite straniero, le polemiche telecomandate, lo scandalo (parliamo di scandali tipo la Bertè sul palco con il pancione finto, per capirci). Eppure proprio la cappa di conformismo che gravava su quei Sanremo esaltava lo spettacolo, lo rendeva vivo – rito imperdibile per il pubblico di massa, culto trash per quello di nicchia, attrazione fatale per quasi tutti – e il contrasto con i pochi momenti fuori copione diventava subito mito, come il Vasco Rossi via dal palco con il microfono in tasca e il playback che va per conto suo oppure la scoppola e il jeans ascellare di Ramazzotti in cerca di terra promessa. Del resto, il concetto è chiaro da tempo alla critica: metti insieme due o tre cliché e ne otterrai un’opera mediocre, mettine insieme cento e avrai un capolavoro.

Nella versione faziana, invece, Sanremo si presume libero dai cliché. La liturgia è seguita solo per parodiarla, come quando si ironizza sulla cantilena degli autori delle canzoni dopo la presentazione del titolo. Risuona nell’Ariston faziano l’atmosfera dello show intelligente, della buona compagnia, quel felpato circolo di buone letture e buone visioni che l’umorismo scatologico della Littizzetto dovrebbe rendere trasgressivo, restituendo l’impressione di un show che può andare fuori controllo da un momento all’altro, come quando la comica si siede sulla scrivania di Fazio a Che tempo che fa e il conduttore si finge terrorizzato da quel che lei potrà dire e quel che lei dirà saranno un pugno di parolacce e qualche tirata contro la politica, tutta la politica, ché la tv intelligente sa come mettersi in sintonia con i peggiori blog di Caracas. Ma naturalmente nel Sanremo di Fazio nulla è mai fuori controllo, nemmeno i fuori programma veri, persino i disoccupati aspiranti suicidi. Il Sanremo di Fazio è un cosmo dove tutto è citazione, e citazione della citazione, e citazione al cubo, e l’operazione nostalgia, già discutibile ai tempi in cui Fazio sdoganava i passerotti e le anime nostre, si trasforma definitivamente in un museo di cere, che uccide lo slancio del vecchio festival, la sua energia e, paradossalmente per una factory tanto impegnata, chiude ogni finestra sulla realtà. Come in quei film italiani d’arte presunta e noia certa (che però reclamano a gran voce i soldi dello Stato) si rinuncia alla narrazione e ci si rifugia nel meta-linguaggio: non ti racconto una storia, ti racconto come la racconto. Per questo ci si inventa la chiave della bellezza, per questo si inframezza la scaletta con la stucchevole prassi degli elenchi di cose, per questo si invita la Casta e non si sa cosa farci (ma si finge di saperlo).

Se Fazio è salito sul carrozzone del festival per smontarlo e rimetterlo in strada mondato dei suoi peccati, ce lo ha restituito forse assolto, ma clinicamente stecchito.

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L’Italicum spiegato con i classici

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Ricorderete senz’altro una delle scene più divertenti di Scusate il ritardo. Succedeva che Massimo Troisi e la sorella, dovendo fare un regalo di compleanno alla mamma, decidevano di coinvolgere il fratello maggiore Alfredo, l’unico con un lavoro stabile (che poi era attore, prova che nel 1983 era già dispiegato il terreno su cui avrebbe prosperato la fortuna critica di Richard Florida e Maria De Filippi), proponendogli l’acquisto di un televisore con questa formula: “Avevamo pensato di mettere cinquemila lire io, cinquemila lire Patrizia e ‘nu milione e due tu”. Il fratello, comprensibilmente, non la prendeva bene e la risposta era più o meno: facciamo che metto tutto io e non se ne parla più. Poi, nel film, come finisse la storia del regalo non si veniva a sapere. In politica invece sì, una storia come questa si sa come va a finire: in politica succede che è Alfredo ad andare dai fratelli. A implorarli di partecipare con il loro mini-contributo. Prendete le leggi elettorali: potete non capir nulla di proporzionale o maggioritario, tedesco o spagnolo, scorporo e soglie, ma non dovrebbe esservi sfuggito che le leggi elettorali italiane dal 1993 in avanti sono congegnate per questo: per tirare dentro i fratelli svantaggiati. Di voti, in questo caso. Obiettivo: accumulare più svantaggiati dell’avversario, vincere per cumulo di svantaggi.

Un flashback di poche righe, prima di tornare a Troisi. C’è un punto nella storia nazionale, un punto all’inizio degli anni Novanta, in cui abbiamo deciso che l’ingovernabilità della Prima Repubblica fosse tutta figlia del sistema proporzionale. Non del fatto che con un Partito comunista – comunista, insisto – al 30 per cento e tagliato fuori dal governo l’alternanza fosse impossibile per definizione e il balletto  degli esecutivi  a guida democristiana incentivato. No, abbiamo deciso che il problema era solo il proporzionale. E non è che a quel punto abbiamo importato un maggioritario decente, tipo il modello francese, o un sistema misto serio, come il tedesco.  Noi siamo per il made in Italy: ci siamo inventati prima il voto per coalizioni (Mattarellum), poi il premio di maggioranza (Porcellum). Che funzionano appunto come il regalo alla mamma di Troisi: per arrivare alla cifra – leggi: vittoria elettorale – anziché seguire la lezione di Alfredo, che giustamente vorrebbe fare in proprio, si segue quella dei fratelli in bolletta: cinque mila lire Casini, cinque mila lire Bossi e ‘nu milione e due Berlusconi; cinque mila lire Di Pietro, cinque mila lire Mastella e ‘nu milione e due D’Alema (o Veltroni o Bersani o chi per loro). Il risultato è così noto che è stucchevole doverlo ancora stare a ripetere: la competizione elettorale non si è mai svolta tra due progetti alternativi incarnati da altrettante grandi forze (che è poi il bipolarismo vero, non quello a chiacchiere su cui concordano tutti, soprattutto quelli che dal bipolarismo vero sarebbero spazzati via in un mattino). La sfida si svolge invece tra due armate Brancaleone, due arlecchinate, due combriccole più disordinate della cameretta di un tredicenne. Per forza: se il principio è che serve un voto in più della coalizione avversaria per prendersi tutto, non c’è quota di partecipazione che non sia utile: non dico le cinquemila lire di Bossi e Di Pietro, ma persino le mille lire di Storace e le cinquecento di Nencini. In società c’è posto per tutti e tutti sono graditi, persino i fascisti di Fiore o Romagnoli (è successo, è successo), persino i Pensionati di destra e i Pensionati di sinistra (idem), persino la lista Yoga e la lista Yoghi (questo non è successo ma c’è tempo). Poi queste alleanze baraccone complicano la vita del governo fino a renderla impossibile, ma chissenefrega, l’importante – spiegano con orgoglio civile durante i talk show – è “sapere chi ha vinto la sera delle elezioni”. Una serata di chiarezza in cambio di cinque anni di palude. Bell’affare.

Ora arriva l’Italicum. Alla Camera si è già cominciato a votare. E avrete già capito che Troisi c’entra, eccome. Prima di tornarci ancora, però, una premessa importante: sono stati sciocchi e strumentali – a mio giudizio – gli attacchi a Matteo Renzi per aver puntato all’accordo con Silvio Berlusconi. Con chi bisogna scrivere le regole del gioco se non con  il capo dell’opposizione che, a dispetto delle disgrazie giudiziarie, era e resta Berlusconi? Mesi e anni a biasimare (giustamente) il Porcellum imposto con la forza dei numeri dall’allora maggioranza di centrodestra per scoprire che oggi sarebbe corretto – di più secondo alcuni: doveroso – legiferare su un tema come questo a colpi di clava? Chiudiamola qui: aver ripristinato un po’ di galateo politico non guasta.

Il problema, casomai, è il merito dell’accordo. Perché l’Italicum è il trionfo del metodo Troisi. Anzi, il suo raddoppio, perché al premio di maggioranza si aggiunge il ballottaggio. Cioè, in prima battuta si chiamano a raccolta i fratelli squattrinati, in seconda battuta potrebbero tornare utili cugini, amici e amici dei cugini. Sulla base dei rapporti di forza attuali, le due coalizioni che arriveranno al ballottaggio rappresenteranno al primo turno circa i due terzi dell’elettorato. Ci sarà dunque da conquistare il restante terzo, 12/13 milioni di elettori. La legge non prevede apparentamenti ufficiali, certo, ma è naturale che tra il primo e secondo turno si sprecheranno appelli, ammiccamenti e offerte più o meno dichiarate.

Ci sono casi, questo è uno, in cui non bisogna sforzarsi di dimostrare che le cose stanno così. Basta affacciarsi alla finestra. E infatti l’Italicum non è ancora stato approvato che già a destra si sta tornando al mucchio selvaggio: dunque non solo Forza Italia si allea con Alfano, che se ne era appena andato, non solo torna l’asse con la Lega, che non ha condiviso una scelta con Berlusconi negli ultimi due anni e ha passato i cinque precedenti a bisticciare ogni giorno sull’agenda di governo, ma rientra a casa base addirittura Casini, il quale non avendo più alcuna chance di arrivare in Parlamento con le sue forze s’affida di nuovo al Cavaliere, che a sua volta lo riprende dopo averlo accusato di ogni disgrazia passata – Concordia escluso, forse – perché con l’Italicum ogni cinquemila lire è buona per avvicinarsi al 37 per cento, soglia che fa scattare il premio. Non so se qualcuno ha fatto un pensiero – io sì e non mi è piaciuto – sul fatto che, vincesse questo centrodestra, tornerebbe al governo la stessa coalizione del 2001, quella che trascorse la legislatura a litigare e combinare poco salvo approvare qualche leggina di giustizia, quella che il poco era la Bossi-Fini sull’immigrazione e la Fini-Giovanardi sulla droga, quella con Tremonti cacciato e poi richiamato, quella con Scajola dimesso e poi tornato in scena. Quella coalizione lì, uguale uguale, solo più vecchia, implausibile e pregiudicata.

E dall’altra parte? Dall’altra parte non si capisce bene cosa accadrà. Le ipotesi, di fondo, sono due: la prima, Renzi decide di puntare tutto sulla forza della sua proposta e sulla spinta della novità, non stringe alcuna alleanza e trasforma l’assenza di compromessi nel punto di forza della sua campagna elettorale. Controindicazione: da solo contro sette/otto partiti rischia di perdere. La seconda, Renzi si rassegna a rispondere al ritorno della Casa delle libertà assemblando anche lui una coalizione che, realisticamente, andrà da Vendola ai montiani tipo Andrea Romano, un’ampiezza non lontana da quella che ai tempi dell’Unione prodiana spaziava dal no global Caruso a Lambertow Dini. Non credo sia necessario specificare la controindicazione.

E allora? Cosa si potrebbe fare di meglio dell’Italicum? Qualche spunto – niente di originale, giusto una sbirciata in Europa – l’avevo già buttato giù nel finale di questo pezzo. Aggiungerei solo, prima di tornare per l’ultima volta a Troisi, che il problema dei cosiddetti piccoli è malposto. L’obiettivo di una buona legge elettorale non dovrebbe essere impedire l’accesso in Parlamento a forze che hanno il 5, il 6 o addirittura il 7 per cento (lo sbarramento in questo caso, ricordiamolo, è all’8 per cento) bensì impedire che queste percentuali siano usate per inibire o interdire l’iniziativa di chi ha il 30 o il 35. L’Italicum, invece, garantisce l’opposto: toglie il diritto di tribuna a forze medie che si presentano da sole (la cui presenza in Parlamento non lederebbe certo la governabilità) e offre un salvagente a partiti il cui unico scopo è fare mucchio e saltare sul carro vincente. Vent’anni d’attesa per una nuova legge elettorale meriterebbero un finale diverso da un ritorno alle più stantie e fallimentari formule della Seconda Repubblica.

Quindi se fossi uno dei fratelli senza lira mi attrezzerei per fare un regalo con le mie forze e se quest’anno le risorse non bastano, sarà per il prossimo. Se fossi la mamma di Troisi preferirei una festa di compleanno in cui ciascun figlio regala per quel che ha. Ma, soprattutto, se fossi Alfredo mi alzerei subito da quel tavolo dove i fratelli m’aspettano al varco. Va bene, non sono Alfredo. Ma Renzi, che un lavoro stabile ce l’ha e qualche risorsa da spendere pure, Renzi sì, che è un po’ Alfredo.

 

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Comoda la strategia dell’insulto

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Dal Messaggero di oggi

di Stefano Cappellini

L’insulto spedito ieri da un deputato del Movimento 5Stelle a Giorgio Napolitano («Un boia») è un altro bel gradone sceso verso quella suburra lessicale in cui, ormai da tempo, è precipitato il nostro dibattito politico. Il galateo, purtroppo, c’entra poco. Sarebbe più facile rimediare. Il problema è più grave: siamo davanti a una deriva figlia della pochezza strutturale di buona parte del Parlamento figlio del Porcellum, specie di quella parte sedicente rivoluzionaria che, entrata in Parlamento sull’onda dei Vaffa-Day, fatica a maneggiare un concetto politico che non sia traducibile in insulto o che sfugga alla categoria onnicomprensiva del Grande Complotto.
Il tasso di imbarbarimento del grillismo di Palazzo è inversamente proporzionale ai risultati raggiunti. Più le politiche del M5s si avvitano nella spirale autistica dei sondaggi web e dell’incontaminazione assoluta, più l’unico modo di simulare un ruolo attivo, quale si aspettano i milioni di cittadini che hanno votato M5S, sarà la chiacchiera sboccata, l’invettiva via blog, il vaffa globale. Che Napolitano sia il primo a essere investito da quest’onda, e con più virulenza, non è un caso.
In una democrazia matura il capo dello Stato non è immune da critica. Nessuno può trasformarlo in totem o in santino, ma gli insulti di cui è oggetto Napolitano non rappresentano solo uno sconfinamento macroscopico dai limiti che imporrebbe un civile confronto, ma soprattutto l’attacco alla figura che sta offrendo un ombrello istituzionale al tentativo concreto – malfermo, discutibile nel merito, quel che si vuole, ma comunque concreto – di sbloccare lo stallo italiano con una riforma, quella elettorale, che rappresenta il primo necessario mattone per costruire l’assetto futuro del sistema. Accusato fino a poche settimane fa di essere il garante dello status quo, e cioè di una blindatura a oltranza della formula delle larghe intese, oggi Napolitano finisce nel mirino per la ragione opposta, in quanto motore del cambiamento. Una novità che spaventa tanto i responsabili dello sfascio attuale (non certo i 5Stelle) quanto coloro che a parole si scagliano contro questo sfascio ma che in realtà hanno interesse a perpetuarlo per lucrare una rendita di posizione. Non a caso Grillo si è prima espresso per votare ancora una volta con il Porcellum e quindi a favore della legge elettorale modificata in senso proporzionale dalla Corte costituzionale. Un sistema tutt’altro che disprezzabile che però ha il grave limite, con i rapporti di forza esistenti oggi tra i partiti, di consegnare il Paese a una sicura ingovernabilità. Esattamente ciò che spera chi ha fatto della denuncia dell’«inciucio» il suo unico investimento politico.
Eppure di un confronto serio e serrato per migliorare la riforma elettorale ci sarebbe assoluto bisogno, tanto più ora che la discussione rischia di avvitarsi per giorni in tecnicismi incomprensibili ai più. Ci si può rallegrare che qualcosa si è mosso ma non si può negare che anche l’Italicum è figlio della debolezza del nostro sistema e dell’illusione che la sera delle elezioni sia un colpo di bacchetta magica – leggi premio di maggioranza – a restituire forza e piena rappresentatività a partiti che, da soli, faticano ad arrivare a raccogliere anche solo un terzo del consenso dei votanti. C’è un motivo se, tra i principali Paesi europei, non ce n’è uno che contempli un premio di maggioranza e non servono politologi, aruspici o esploratori a scovarlo: il fatto è che in questi Paesi, di base, l’alternanza funziona grazie alla credibilità dell’offerta politica e dunque alla robustezza elettorale dei partiti principali e, quando nessuno esce con una maggioranza certa dalle urne, c’è la capacità di lavorare a intese di coalizione chiare e dettagliate (come accade in questo momento in due nazioni non proprio marginali come Germania e Gran Bretagna) senza che il dibattito finisca subito ostaggio dei veti incrociati e degli strepiti dei professionisti dell’anti-inciucio.
Si ragiona molto in queste ore sull’opportunità di reintrodurre le preferenze. Di certo la riproposizione delle liste bloccate del Porcellum è un punto debole della riforma, anche se non aiuta a trovare una soluzione alternativa la constatazione che molti dei fautori delle preferenze siano oggi gli stessi, soprattutto nel Pd, che fino a ieri le consideravano il male assoluto. E una riflessione supplementare meriterebbe anche la missione – sacrosanta – di ridurre al minimo il potere di interdizione delle forze minori. Più che ragionare sull’altezza delle soglie di sbarramento, sarebbe utile prendere atto che negli ultimi venti anni la vera assicurazione sulla vita per i micro-partiti è stato un altro unicum italiano: il voto per coalizione. I piccoli entrano in coalizione e sanno che, finché i loro voti da prefisso telefonico saranno determinanti per ottenere il premio di maggioranza, ci sarà sempre una scialuppa a salvarli dai disastri elettorali e una nuova trincea dalla quale lanciare diktat e ultimatum.
Di tutto questo si dovrebbe discutere in Parlamento, e con il concorso di tutte le forze presenti, e da questa urgenza esce enfatizzata l’immane vacuità della strategia dell’insulto.

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Contrordine, eravamo a Ballarò

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Sulle vicende politiche che hanno scandito le settimane successive al voto del 25 febbraio, e travolto il Pd di Pier Luigi Bersani, si è prodotta una fiorente narrativa. Ricostruzioni, retroscena, rivelazioni o presunte tali. Qui non parliamo di libri, ma di parole. Quelle pronunciate dal presidente del Consiglio Enrico Letta proprio alla presentazione di uno di questi volumi, Giorni bugiardi, scritto dalla direttrice di YouDem, Chiara Geloni, e dal portavoce di Bersani, Stefano Di Traglia.

Ha sostenuto Letta che, dopo il voto, “Bersani si è immolato dimostrando che ogni altra ipotesi di governo non era percorribile”. E ha aggiunto: “Questo governo esiste perché c’è stato quel tentativo di Bersani, altrimenti popolo ed elettori del Pd non avrebbero mai sostenuto il governo”. Letta introduce un inedito spiegando che mentre Bersani trattava per il “governo del cambiamento” era consapevole che, dietro l’obiettivo dichiarato, si preparava un altro approdo. L’accanimento con cui Bersani è rimasto in campo quasi due mesi era – sempre seguendo Letta – finalizzato a mettere a verbale che il Pd ce l’aveva messa tutta, nel cercare di convincere il Movimento 5 Stelle ad appoggiare un esecutivo di sinistra o a garantirsi la neutralità di un pezzo di centrodestra verso un governo di minoranza, e a dimostrare infine che altra soluzione rispetto alle larghe intese non c’era.

Come ha giustamente scritto Stefano Menichini su Europa, ci sono due modi di accogliere la ricostruzione di Letta. Il meno benevolo è prendere per buona questa nuova versione dei fatti, come si dovrebbe fare con le parole di un presidente del Consiglio, per giunta pronunciate in presenza del protagonista della storia. In questo caso, però, chissà se Letta e Bersani se ne sono resi conto, per gli elettori Pd è come sentirsi dire di essere stati paurosamente presi in giro. Quando Bersani giurava fosse possibile il governo del cambiamento, spergiurava. Quando chiedeva tempo e pazienza per tessere la sua trama, simulava. Quando ribadiva che tutto ma le larghe intese mai, dissimulava. Quando incontrava in streaming la delegazione grillina e alla lezioncina di Roberta Lombardi replicava “non siamo a Ballarò”, mentiva. Eravamo a Ballarò.

Il modo più benevolo è non crederci. Menichini avanza l’ipotesi che questa originale rilettura dei fatti serva a blindare la formula del governo in vista di tempi difficili. Possibile, sebbene propendiamo per una spiegazione differente: Letta si è lanciato in un’operazione di revisionismo storico. Ha preso un leader sconfitto e ha cercato di farne un eroico kamikaze. I pasticci, gli inciampi, le disfatte della scorsa primavera diventano in questo modo tappe di una consapevole via crucis, un ciclopico esercizio di maiuetica collettiva per condurre il popolo democrat davanti all’evidenza del principio di realtà, al prezzo della propria autodistruzione. Dal punto di vista degli elettori Pd, però, l’interpretazione benevola non è più confortante: per non sentirsi presi in giro, hanno bisogno di credere che il loro presidente del Consiglio abbia raccontato una favola.

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