Quell’autogol dei democrat

BERSANI-RENZI, COMIZIO A FIRENZE PER 'CONQUISTARE' IL NORD

Dal Messaggero di oggi

di Stefano Cappellini

Sostiene Matteo Renzi di essere stato vittima di un raggiro: gli era stato garantito dal Pd che sarebbe stato tra i grandi elettori per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Doveva essere la Regione Toscana a indicare Renzi come uno dei tre delegati ma l’accordo – spiega il sindaco di Firenze – è saltato a causa di «telefonate da Roma». Un’accusa che chiama in causa, pur senza farne il nome, il segretario Pier Luigi Bersani. Il quale, per parte sua, nega con forza di essersi mai interessato, e quindi di aver fatto pressioni, per sbarrare la via a Renzi. Non c’è motivo di non credere a Bersani e sarebbe meglio se alle «telefonate da Roma» fosse dato un nome e cognome. Ma, al netto delle attribuzioni di responsabilità, è chiaro che qualcosa nel Pd non ha funzionato e la mancata designazione di Renzi appare come uno sgarbo inutile e, peggio ancora, un errore politico.
Renzi è sì uscito sconfitto dalle primarie per la premiership, ma ha raccolto un consenso vasto sia all’interno del Pd che nell’elettorato di riferimento. Un consistente numero di parlamentari democratici fa riferimento a lui. La sua presenza in aula in occasione del voto per il nuovo capo dello Stato avrebbe rappresentato il riconoscimento di questo ruolo effettivo e accresciuto il valore politico delle scelte che il Pd vorrà fare sul Quirinale.
Certo, Renzi è già in campo in vista di nuove probabili elezioni ed è naturale che nell’attuale gruppo dirigente del Pd qualcuno guardi con ostilità alle sue mosse tattiche o alle sue posizioni di merito. Ma non è certo Renzi l’ostacolo sulla via di un governo Bersani. Se il segretario del Pd non è approdato a Palazzo Chigi è perché la politica è implacabile quando il responso elettorale la trasforma in matematica: i numeri per la fiducia alle Camere non ci sono. L’attivismo di Renzi, casomai, mette in discussione la possibilità che Bersani possa ricandidarsi ancora. Ma su questo punto sarebbe utile, nell’interesse generale, sgomberare il campo dagli equivoci: così come Renzi non può pensare di correre per Palazzo Chigi senza o contro il Pd, così il Pd non può dare l’impressione di trattare Renzi come un nemico. Tanto più che, in caso di ritorno alle urne, Renzi appare oggi ai più – si vedrà se a torto o ragione – come l’unica figura in grado di sbloccare lo stallo nei rapporti di forza tra le forze principali, spostando verso il Pd consensi sia dal centrodestra che dal Movimento 5 Stelle. La mortificazione di Renzi risulta perciò ancora più incomprensibile a larga parte dell’opinione pubblica, né qualcuno può illudersi che possa servire a modificare lo stato di cose.
Il Pd avrebbe dovuto blindare la nomina di Renzi perché, con questa scelta, avrebbe sottolineato la sua natura di partito plurale, capace di presentarsi nella miglior formazione alla prima seduta comune del Parlamento fissata per il 18 aprile. Avrebbe con ciò colto una piccola ma simbolica occasione per riaffermare il valore della democrazia fondata su partiti veri, solidi e contendibili, piazzando un paletto su un terreno – quello delle forme della rappresentanza – sul quale è Renzi ad aver talvolta mostrato la tentazione di inseguire alcune parole d’ordine del grillismo.

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Ricolfi e i diversi di sinistra

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Piccola premessa personale. Ho lavorato per quasi dieci anni in un giornale, Il Riformista, che aveva costruito gran parte della sua credibilità e autorevolezza nel racconto spesso impietoso e nell’analisi mai tenera di divisioni, vizi ed errori (o presunti tali) del principale partito della sinistra: i Ds-Margherita-Ulivo prima, Partito democratico dopo. Materiale giornalistico ne è sempre arrivato molto, da quei lidi e, almeno nei suoi anni migliori, Il Riformista questo è stato: un giornale chiaramente nel campo del centrosinistra, ma con rivendicata licenza di disturbare il manovratore. Di disturbare quando le notizie lo imponevano o quando pareva interessante, utile, giusto farlo. Magari sbagliando – i giornalisti, ovviamente, possono toppare quanto e più dei politici – ma mai a prescindere.

La premessa è utile a ribadire che la prima regola di un buon giornalismo è non fare sconti, nemmeno ai soggetti – che siano persone o partiti –  più vicini al proprio mondo culturale e politico di riferimento (una ovvietà, direte voi, ma mica tanto se esistono testate che non perdono occasione per ripetere di essere le uniche libere e poi si dimenticano di dimostrarlo anche quando le inchieste giornalistiche investono amici  e idoli). Ma la premessa serve anche a mettere in guardia da una degenerazione, da quello che negli ultimi anni è diventato un genere giornalistico a sé stante. Lo chiameremo: il format del fuoco amico.

Sfruttando l’alibi di una sedicente collocazione di campo a sinistra è cresciuto un pool di professionisti che dell’avversione e della critica feroce al Pd hanno fatto un mestiere (ne avevo già scritto, in un altro contesto, qui). Sempre cercati e valorizzati dai media perché la dichiarata appartenenza alla famiglia della sinistra rende più notiziabili le loro prese di posizione, caratterizzate da un tasso di dissenso dalla presunta propria parte politica che sfiora il cento per cento.

Prendiamo il caso di Cacciari. Da anni impartisce lezioni al Pd su come si vince, e specie su come si vince al nord, lezione sempre pronta in orale e per iscritto ma che per una disgraziata coincidenza il professore aveva smarrito tra un tomo di Heidegger e uno di Spinoza nelle settimane del 2000 in cui Giancarlo Galan lo asfaltava nella corsa alla presidenza della Regione Veneto. Ma per carità, la debacle sarà senz’altro stata anch’essa colpa di Roma, in questo caso democrat oltre che ladrona. Cacciari è invitato in tv e intervistato con cadenza regolare sui quotidiani perché si aspetta con ansia il momento (arriva, arriva sempre) in cui darà delle “teste di cazzo” ai dirigenti della sinistra. Naturalmente, lo ha fatto anche dopo le ultime elezioni. Perché “funziona”? Perché si suppone che Cacciari parli da dentro il recinto della sinistra, e a nessuno pare importare che nel frattempo, solo per dirne una delle cento possibili, sia stato spin doctor dell’avventura di Montezemolo (ma ha smesso pure quei panni prima del voto), avventura naufragata con numeri ben più miseri di quelli racimolati dal Pd. Nessuno chiede conto a Cacciari del disastro Montezemolo, ma se Cacciari chiede conto a Bersani, microfoni spianati e rughe pensose sui volti degli astanti.

Poi c’è il professor Luca Ricolfi. Ricolfi è un sociologo noto ai più per aver scritto un libro in cui sostiene che quelli di sinistra risultano antipatici a causa della loro pretesa ma infondata superiorità antropologica e politica sul resto del mondo. Un’osservazione non priva di fondamento, ma ripetuta ossessivamente e con indifferenza rispetto al trascorrere dei leader, delle stagioni, dei programmi. Il professore l’ha ribadita, in ultimo, anche dopo il voto del 25 febbraio, ospite di un talk tv dove peraltro ha spiegato così la contrarietà del Pd a una nuova grande coalizione di governo: “Non vuole contaminarsi con il Pdl”. Proprio così, contaminarsi.

La chiave di lettura dell’antipatia della sinistra è un’analisi politologica di successo e di immediata fruibilità, ma prima ancora che una analisi è un’esca emotiva: esistono frotte di (e)lettori che non aspettano altro che sentirsi dire che la sinistra è brutta e cattiva da un tale che si dichiara di sinistra, tanto quanto è pieno di sinistrorsi di bocca buona che non aspettano altro che di vedere il medesimo spettacolo replicato a destra (ci sono “intellettuali” ex finiani che vivono ancora della rendita accumulata con questo gioco e per qualche settimana, sui profili di molti social network, si scriveva del Crosetto anti-Silvio come di un Giscard).

Il successo di questa chiave di lettura è diventata per Ricolfi il grimaldello per offrire tutto un repertorio di supposte verità. Cioè, siccome io mi dichiaro di sinistra, ma non ho paura di gridare al mondo quanto antipatici e impresentabili siamo, ne guadagno una patente di credibilità che mi permette di offrire il resto delle mie ricette come altrettante certezze di contorno, grazie al marchio doc di onestà intellettuale. Certezze tipo il Pd perde al nord (ridàgli, basterebbe uno studente al primo anno di statistica per dimostrare che i democratici hanno perso le elezioni al sud sia nel 2008 che nel 2013), oppure il Pd perde perché non abbastanza liberista. E pazienza se il polo dichiaratamente liberista, quello montiano, si è arenato al 9 per cento mentre è arrivata al 25 una forza come il M5S che con il liberismo non c’entra nulla.

Non per Ricolfi, però.

Il primo a farsi una ragione del successo grillino è proprio lui, che in un editoriale sulla Stampa di ieri si è dedicato alla demolizione degli otto punti che Bersani si prepara a offrire al Parlamento per ottenere il via libera a un governo da lui presieduto. Ricolfi ha, a mio giudizio, delle ragioni quando imputa a Bersani un eccesso di genericità e di scarsa comunicabilità delle proposte. Più controversa, ai fini del suo ragionamento e della tenuta logica della sua stroncatura, è la premessa dalla quale muove, iscrivendosi tra i supporter del Cinquestelle: “Noi elettori di questo sfortunato paese non avevamo altro mezzo per dare un segnale ai partiti forti che votare Grillo”. Si tratta di un noi ambiguo, non è del tutto chiaro se Ricolfi abbia anche materialmente messo la croce sul M5S o se stia usando la prima persona plurale per interpretare e condividere un agire collettivo di cui lui si fa esegeta compiaciuto. Non cambia comunque molto, l’escamotage dialettico è chiaro: mettersi dalla parte del vincitore.

Perché, per stroncare il Pd, un intellettuale liberal-liberista come Ricolfi ritiene necessario “iscriversi” al M5S? Azzardiamo due ragioni. La prima è che alcuni commentatori non tollerano di sentirsi estranei allo spirito del tempo. La seconda è che trovano insopportabile l’idea di non poter più continuare a scrivere “l’avevo detto” e così cercano di rivendicare una coerenza di pensiero che, ahilei, esce invece malconcia alla prova di una verifica logica e fattuale.

È evidente che molti elettori, votando Grillo hanno inteso dare un ultimatum ai partiti classici, chiamiamoli così. Ma in che direzione? Con tutta evidenza, il Pd non ha certo perso voti verso il M5S per un deficit di liberismo, e il M5S ha fatto boom con un distillato di proposte che non è esagerato definire, programma alla mano, di puro anti-ricolfismo, e per di più mettendo in cima alla comunicazione della campagna elettorale un’affermazione assoluta di superiorità antropologica, morale e politica del cittadino grillino rispetto al non grillino (quelli di sinistra, evidentemente, sono superiori solo nel risultare più antipatici a parità di spocchia con gli altri). Ma Ricolfi, l’ondata di voti al M5S, la racconta così: abbiamo spinto Grillo al successo perché Bersani tornasse sulla retta via. La sua. Che suona un po’ come iscriversi all’Arci-caccia per salvaguardare i fagiani, o finanziare Militia Christi per favorire il varo delle nozze gay. E infatti Ricolfi cade subito in tragica contraddizione quando addebita al leader Pd “un umiliante strizzare l’occhio a Grillo”. Cioè, Ricolfi sta con Grillo per spronare Bersani, ma poi Bersani non deve strizzare l’occhio al programma pentastellato ufficiale e ai quasi dieci milioni di elettori che l’hanno votato, bensì a Ricolfi, mosca cocchiera salita sul carro di Grillo per aprire la via alla rivoluzione liberale. E in cosa si doveva tradurre negli 8 punti la rivoluzione liberale? Nell’abolizione dei rimborsi elettorali…

Ma il passaggio rivelante del cortocircuito “io di sinistra che speravo in un’altra sinistra vi spiego perché la sinistra sbaglia” è un altro ancora. Ricolfi si scaglia contro “una riproposizione del medesimo linguaggio usato in campagna elettorale, un linguaggio che, se (forse) ricompatta la base dei militanti è invece del tutto controproducente quando si cerca di arrivare all’elettore normale”. L’elettore normale. Non sappiamo su che basi, agli occhi di Ricolfi, si possa distinguere l’elettore normale dall’elettore a-normale di sinistra (la acritica fedeltà di quest’ultimo? La sua stupidità? Magari l’antipatia, e tutto torna). Di sicuro è finita che dopo una carriera giornalistica passata a spiegare agli elettori di sinistra “guardate, vi illudete se pensate di essere diversi”, Ricolfi conclude così: siete diversi. In fondo, è un altro modo infallibile per darsi ragione.

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Dove siederanno i grillini?

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Dal Messaggero di oggi
di Stefano Cappellini
Non c’è alcun dubbio sul fatto che la numerosa pattuglia di parlamentari eletti dal Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo rappresenterà al tempo stesso la vera novità e la grande incognita della prossima legislatura. Dove chiederà di sedersi in Parlamento? È evidente che la collocazione del M5S nell’emiciclo assume un notevole valore simbolico, oltre che scenografico, perché c’è da giurare che la presenza dei grillini si farà notare eccome. Cercheranno di occupare una delle due estreme? O sceglieranno di posizionarsi al centro? La prima ipotesi è quella più legata alla tradizionale collocazione di forze dichiaratamente anti-sistema. Ma che succede quando una forza anti-sistema (e priva di qualunque volontà di alleanza, questa è la differenza con il precedente della Lega) arriva al punto di essere così forte da guadagnarsi la rappresentanza di più di un centinaio di parlamentari?
Si può ipotizzare che un movimento come quello di Grillo, fedele al ritornello che vuole morti i concetti di destra e sinistra, voglia sottolineare la propria centralità nel nuovo risiko politico posizionandosi in mezzo all’emiciclo non certo per moderatismo, quanto per rappresentare lo sfondamento nel cuore della vecchia politica, l’insediamento nel cuore del Palazzo fin qui contestato dall’esterno e demonizzato al punto che Grillo evoca con piacere metafore di saccheggio e devastazione. La collocazione al centro dell’aula sarebbe l’inedito ma naturale esito per un movimento che, quando ripudia le vecchie famiglie politiche, non lo fa solo per solleticare gli istinti più qualunquisti ma anche per non sciupare l’occasione di pescare da tutti i bacini elettorali. C’è la proposta che vellica i delusi leghisti (la contrarietà al diritto di cittadinanza per i figli degli immigrati nati in Italia) e quella che appaga il centrosocialismo reale a caccia di spauracchi mercatisti, la strizzata d’occhio all’ultradestra sul signoraggio delle banche e la pacca sulle spalle degli ambientalisti, siano essi radicali teorici della decrescita o più moderati sostenitori della green economy. Prendete la famigerata battuta di Grillo sull’abolizione dei sindacati. Ha catturato la simpatia di legioni di elettori destrorsi. Ma era seguita da un’invocazione filo-sovietica: abolirli perché il controllo deve essere dei lavoratori. Mettendo di fila due propositi irreali e opposti, Grillo ha catturato il consenso di uno spettro amplissimo di elettori.
Ma proprio questa varietà di spartito rischia di essere un limite grave nella tenuta politica dei gruppi parlamentari del M5S, il cui unico vero collante è, oltre al culto del leader, soltanto il rifiuto integrale della «vecchia politica». Un legame forte quando si tratta di distruggere, un cemento più fragile se c’è da costruire. Il rischio – dal punto di vista dell’interesse generale, non solo di Grillo – è che il movimento porti in Parlamento figure molto, troppo lontane le une dalle altre e che sul medio periodo questa eterogeneità apra la via a nuovi fenomeni di trasformismo, come già accaduto per altri partiti a conduzione plebiscitaria. Il caso dell’Idv, solo il più recente, dovrebbe avere insegnato molto: quando in un partito militano Pancho Pardi e Franca Rame da una parte, Domenico Scilipoti e Antonio Razzi dall’altra, qualcosa non torna e prima poi la politica vera, per vecchia che sia, presenta il conto.
Sappiamo quale è la risposta dei grillini: loro sono il nuovo e tutti coloro che li richiamano alle scelte di campo – quelli che insistono sull’obbligo di non annullare le differenze destra-sinistra, che denunciano la contradditorietà di molte scelte in economia o l’inesistenza di linee condivise di politica estera – sono bollati come passatisti, nel migliore dei casi, o servi del sistema, nel peggiore. Ma se davvero il M5S conquisterà il centro del Parlamento, oltre che quello della ribalta post-elettorale – dovrà innanzitutto stare attento a non subire una legge del contrappasso. Sarebbe paradossale se i neo-deputati e senatori grillini, loro così idealisti e battaglieri, fossero costretti dagli eventi a patire la volatilità e la volubilità che sui quegli stessi banchi negli ultimi vent’anni hanno già ispirato l’opera di decine e decine dei più cinici e spregiudicati peones.
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Malagò, vita da #romanòrd

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di Stefano Cappellini

Se fosse una città, sarebbe Roma. Se fosse un quartiere, sarebbe i Parioli. Fosse una vacanza, una villa a Sabaudia. Se fosse un governo, una grande coalizione. Se fosse maggioranza, sarebbe larga e trasversale. Se fosse opposizione, no, opposizione no. Fosse una macchina, una Bwm – ovvio – ma anche una Ferrari per il week-end con Luca e una Maserati per quello a Capalbio con Serena (o era Elenoire?). Se fosse una donna, e perché una sola?

Se fosse Giovanni Malagò, come egli è, sarebbe per gli amici «Giovannino», nonostante i cinquant’anni compiuti quest’anno con festa alla casina Valadier, e per tutti gli altri «Megalò», soprannome con cui è noto nella capitale, e anche fuori dal Grande Raccordo Anulare, come massimo esponente del generone romano, delle magmatiche lobby capitoline e di quella Roma Godona che raccontata sulle cronache del Messaggero, pare una Hollywood in miniatura, e fotografata sul sito Dagospia sembra un Satyricon in versione botulinica.

Patron della concessionaria Samocar, plurimarche di lusso (più di cento milioni di fatturato), si dice abbia venduto a Berlusconi circa cinquanta Mini, poi munificamente distribuite dal Cavaliere. Presidente straconfermato dell’esclusivo circolo Aniene – del quale è difficile dire se a fare più colpo sui comuni mortali sono i 25 mila euro (venticinquemila) a fondo perduto necessari per iscriversi o il fatto che la lista d’attesa per essere ammessi e dunque sborsare la sommetta è lunga più che per un’ecografia all’ospedale San Camillo – Malagò è innegabilmente un uomo di sucesso: bello, ambizioso, simpatico ai più, accompagnato da donne bellissime e da persone interessanti e dai mestieri invidiabili.

I sigilli apposti pochi giorni fa dalla magistratura sul suo circolo Aquaniene, “filiale” dell’Aniene cresciuta grazie all’impulso dei mondiali di nuoto della scorsa estate, che Malagò ha gestito da presidente del comitato organizzatore, è forse il primo vero grande intoppo della sua carriera.

Anche perché quindici impianti cittadini sotto sequestro su diciotto realizzati per Roma 09 sono un bel record, sebbene Giovannino non debba certo rispondere di tutti. Ma il colpo l’ha preso. Ed è arrivato nel momento peggiore, proprio mentre il suo nome cominciava a circolare per la presidenza del comitato promotore per Roma olimpica 2020. Un incarico tagliato su misura di chi ha ormai fatto dello sport il core business della propria attività.

Almeno a non dar retta a quanti spiegano che, morettianamente, il vero lavoro di Malagò, oltre a vendere macchine, è conoscere gente e fare cose. La sua è, in effetti, la formula tipica del capitalismo alla romana: un quarto di azienda e tre quarti di relazioni. Di gente ne conosce tanta, e di quella giusta.

Non si presiede l’Aniene per caso, dove non puoi finire di salutare Francesco Gaetano Caltagirone che già s’avanzano sorridenti i fratelli Toti, mentre Luigi Abete e Giampaolo Letta si intrattengono al rinomato club house e Cesare Romiti cena al ristorante del circolo. Dall’Aniene sono arrivate grandi soddisfazioni e fortuna critica per «Megalò», tranne la volta in cui il solito Messaggero raccontò che un gruppo di amici della Roma bene si era riunito per una tombola alla fiaschetteria Beltramme, con l’obbligo per ciascuno di portare come premi in palio gli oggetti più kitsch. Uno di questi era un libro d’oro, illustrato, del circolo Aniene.

Spiega Malagò: «Qui tutti si danno del tu per statuto, perché nessuno si deve sentire nessuno, il peso del rispettivo potere va lasciato fuori. È ammesso il cazzeggio più che il business». Cazzeggio che anima anche l’amicizia con Enrico Mentana e Diego Della Valle, con Carlo Verdone e Giuseppe Tornatore, non a caso è all’Aniene che è stato appena presentato il libro su Baarìa.

Ma il mondo malaghiano è stato mirabilmente raccontato nel film di un regista fuori dalla cerchia stretta, il Christian De Sica di Simpatici e antipatici (con un memorabile Gianfranco Funari alter ego di Cesare Previti) e, preso in sé, chiama subito alla mente l’universo dei Vanzina («Giovannino» è più amico dello sceneggiatore Enrico che del regista Carlo), i quali hanno replicato in una delle loro godibili pellicole la gag che all’amico Malagò era capitata nella realtà: arrivato davanti al Jackie O (ma c’è chi giura fosse il Number One) lanciò sportivamente le chiavi della macchina al posteggiatore. Che tale non era: il tizio mise in moto e se ne filò via con la sportiva sotto gli occhi del proprietario.

Ma tutto questo giro di relazioni non è piombato in braccio al nostro per grazia divina. Nato da buona famiglia – il padre Vincenzo ha avviato l’attività di famiglia e presieduto per anni l’associazione nazionale dei concessionari d’auto – ha saputo andare ben oltre i confini della buona borghesia pariolina con studi al San Giuseppe.

Il suo grande pigmalione è stato l’avvocato Gianni Agnelli, che a Giovannino regalava spesso le sue mitologiche telefonate mattutine. Il rapporto aveva sì origini familiari – il business di famiglia era in entrambi i casi l’automobile – ma puntellato da frequentazioni tutte sue, come quella con Lupo Rattazzi, nipote dell’Avvocato, e con Luca Cordero Montezemolo, pupillo dell’Avvocato.

Quelli che hanno avuto modo di seguire da vicino il rapporto tra il patron della Fiat e il giovane rampante romano raccontano che fosse animato in pari misura dalla passione per le “mini-gonne” della Ferrari e dalle mini-gonne e basta. Certo è che, scomparso Agnelli, è proseguita negli anni l’amicizia con Montezemolo. È stato Malagò a presentargli l’attuale moglie, Ludovica Andreoni.

Ancora pochi giorni fa «Giovannino» era in platea alla prima iniziativa della montezemoliana fondazione Italia futura e soprattutto era al suo fianco nel dicembre scorso, quando all’Eliseo Nicolas Sarkozy ha consegnato al presidente della Fiat la Legione d’Onore.

Imperdibile, nel racconto dei testimoni, la scena dell’incontro Sarkozy-Malagò. Il presidente francese saluta la delegazione italiana al seguito di Montezemolo e si scusa per l’assenza della moglie Carla Bruni. Squilla il telefonino di Malagò, che risponde: «Oh, ciao, come stai?». Quindi, rivolto a Sarkozy: «Presidente, è sua moglie che si scusa».

Impossibile provare a vestire una casacca politica a Malagò. Un leghista come Calderoli non esiterebbe a metterlo nel novero dei «viscidoni» amici del giaguaro, non foss’altro perché il legame con la famiglia Letta – Gianni e Giampaolo – è molto solido. In ottimi rapporti con Francesco Rutelli e con sua moglie Barbara Palombelli, lo è stato anche col successore in Campidoglio Walter Veltroni.

Con Gianni Alemanno i rapporti sono più freddi, e i caratteri distanti, ma non si può escludere che scoppi un’altra amicizia. Per il momento, si può mettere a verbale la fresca nomina di Emmanuele Emanuele a nuovo presidente dell’azienda speciale Palaexpo, ente del comune di Roma che gestisce le Scuderie del Quirinale, il Palazzo delle esposizioni, la Casa del cinema e la Casa del jazz.

Emanuele, socio dell’Aniene, è molto amico di Malagò e, nel tempo libero, lo aiuta a tenere a bada la piccola fronda interna che non gradisce l’impegno del presidente per arruolare nel circolo a colpi di assegni le star dello sport italiano. In ogni caso, il milieu veltronian-rutelliano non ha impedito a Malagò di prestare aiuto e consulenza in varia misura all’ex presidente della Regione Lazio Francesco Storace nonché ad Antonio Tajani quando l’attuale commissario europeo sfidò Veltroni – era il 2001 – mettendo in pista anche una lista “beautiful” zeppa di esponenti del generone.

E non gli ha impedito nemmeno di essere il mese scorso in prima alla festa dei giovani del Pdl, dove si è presentato a braccetto con la primadonna sportiva dell’Aniene, la nuotatrice Federica Pellegrini. Berlusconi, non appena lo ha visto in platea, dal palco lo ha scolpito con una definizione che l’interessato ha accolto sorridendo compiaciuto: «Ecco Malagò, esperto di sport e dell’altra metà del cielo».

Diffiile smentire. Nell’altra metà del cielo Malagò ha volato a vapore e a motore, a volo libero e figurato. Si è fugacemente sposato con Polissena di Bagno, erede dei danteschi Malatesta. Ha avuto due gemelle – Ludovica e Vittoria, amatissime, si dice sia padre affettuosissimo – da Lucrezia Lante della Rovere, con cui è rimasto in buoni rapporti.

Impossibile invece dar conto dell’elenco di conquiste o presunte tali: troppo ampio. Più elegante censire la lista delle amiche: Elenoire Casalegno, Valeria Marini, Simona Ventura, Martina Colombari, Anna Falchi, Serena Autieri, Monica Bellucci. E Carla Bruni. Che alla casina Valadier, per la festa dei cinquant’anni, non c’era. Ma forse avrà telefonato.

(Dal Riformista dell’ 11 ottobre 2009)

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Il mito del buon civico

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Dal Messaggero
di Stefano Cappellini
Imprenditori, giornalisti, docenti universitari, magistrati, sportivi, artisti. Mai come questa volta le liste dei partiti si stanno riempiendo di candidati espressione della cosiddetta società civile. È un bene? Un male? Una risposta in senso assoluto non esiste, perché ogni candidatura è diversa da un’altra, nasce da percorsi individuali che meritano di essere giudicati per sé. Anzi, è proprio di chi offre risposte tagliate di netto che bisogna diffidare di più.
Prendiamo il caso dei cantori dell’anti-professionismo in politica. Per anni, all’indomani di Tangentopoli, un robusto coro ha cantato la superiorità della società civile sulla politica. Per gli ideologi di questa tesi – di solito personalità ben assise su cattedre mediatiche o finanziarie – la lettura della realtà italiana era molto elementare: da una parte la politica sporca e inefficace, dall’altra la società virtuosa e produttiva. La prima impegnata a soffocare novità e crescita, la seconda costretta con la forza del sopruso a non dispiegare il proprio fantastico potenziale. La narrativa anti-politica ha quindi descritto i partiti come corpo avulso dalla società, alimentando l’idea che non andassero partecipati, cambiati o anche, all’occorrenza, scalati con ostilità, bensì sfidati, spianati, estinti. E da questa concezione derivava un preciso galateo ideologico: iscriversi ai partiti era cosa disdicevole, le sezioni un’anticaglia, i politici di professione una ottusa e corrotta nomenclatura.
Questo coro si è affievolito negli ultimi tempi, non perché sia risalita la popolarità dei politici (i quali, del resto, non hanno fatto molto per meritarlo) ma perché il mito della buona società civile si è infranto su una lunga serie di disastrose esperienze che hanno dimostrato in modo inconfutabile che i non professionisti della politica sono spesso capaci di fare peggio dei più blasonati colleghi. Basti pensare, per fare pochi ma solidi esempi bipartisan, alla diversità di rendimento tra ministro e ministro all’interno del governo dei tecnici, al modo in cui si sono chiuse le ultime due consiliature regionali nel Lazio, entrambe guidate da non politici, o allo spettacolo offerto in Parlamento dall’agopunturista Domenico Scilipoti ovvero dall’imprenditore Massimo Calearo (ma l’elenco potrebbe essere sterminato). E siccome c’è un limite alla difendibilità di certe tesi, oggi i teorici del buon civico – davanti alla nuova infornata di candidati presi dal mondo delle professioni – si stanno attestando in gran parte su una nuova linea: la società civile è sempre buona e cara ma sbaglia ad accettare le candidature offerte dai partiti, perché così facendo finisce sotto il tallone delle segreterie, si condanna a un destino da pigia-bottoni in Parlamento e fa da foglia di fico sul tema del rinnovamento della classe dirigente. Il che produce un bel cortocircuito, perché ad assecondare questa visione delle cose bisognerebbe concludere che, restando la politica una cosa sporca, ma essendo i non politici diffidati dal contribuire a migliorarla, l’abolizione della democrazia e delle elezioni pare l’unico modo di uscire dallo stallo.
La verità è che l’ondata di salite in politica è al tempo stesso una possibile cura per un sistema che ha disperato bisogno di competenza e rinnovamento, ma anche il sintomo finale di un disastro culturale. Quello che ha reso l’Italia l’unico paese a democrazia avanzata nel quale i partiti – devastati da un ventennio di demagogia spiccia, sviliti e parodiati da leader che, forti dello spirito del tempo, hanno messo in campo soggetti personali e padronali – non sono più capaci (o lo sono solo in parte) di produrre al proprio interno una classe dirigente degna di questo nome. Figlia cioè di un cursus honorum grazie al quale sia possibile arrivare al Parlamento avendo prima scelto una famiglia politica, conquistato l’esperienza di un consiglio comunale o regionale, e quindi anche affrontato il difficile passaggio della raccolta del consenso. La gestione della cosa pubblica richiede competenze e abilità che non si acquistano da un giorno all’altro, e spesso non basta essere stimati professionisti di altre categorie per cimentarsi con successo nell’impresa. Naturalmente il Porcellum ha rappresentato l’atto finale della degenerazione perché ha incentivato il fenomeno della composizione delle liste in stile casting televisivo: si può star certi che, senza il meccanismo della nomina blindata, molti dei neocandidati si sarebbero guardati dall’accettare una competizione nella quale avrebbero rischiato di rimanere sconfitti.
La politica, a dispetto della propaganda qualunquista che spesso unisce i migliori salotti e i peggiori bar, è una professione. Come tutte le professioni, ha bisogno di apprendistato e si esprime al massimo livello quando è escercitata nel professionismo. E la scuola della buona politica è, in tutto il mondo, una sola: i partiti. Veri, vivi, teatro di scontro delle idee e delle persone. Solo riaffermando questo concetto sarà possibile ricostruire le fondamenta di un buon sistema e si potrà guardare alla partecipazione della società civile come a un arricchimento, e non come a un reclutamento forzato, una mossa obbligata per mascherare il vuoto creato nel cuore della cosa pubblica da vent’anni di campagne demagogiche.
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Vademecum renziano

Vademecum per rappresentanti di lista, ovvero le dieci giustificazioni valide che l’elettore renziano può opporre al presidente di seggio per votare anche senza essersi preregistrato.

 
10. Settimana scorsa ero a Memphis con Zingales per il convegno “Dopo la sconfitta di Mitt. Che fare?”
9. Come non risulta il nome? Guardi come circolo Pickwick (solo per chi si presenta al seggio con una copia di Seta sottobraccio)
8. Domenica scorsa ho accompagnato mio fratello a comprare le Hogan nuove (solo per seggi di #Romanord)
7. Voi dell’apparato,  andate a prendere i delinquenti invece di fare i pignoli con la gente onesta!
6. E’ qui la festa? (valida dopo endorsement di Jovanotti)
5. C’ho un’offerta scritta da Fermare il declino. Non dico un aumento di stipendio o i buoni pasto, ma almeno fatemi votare.
4. Posso votare. L’ha detto il Post.
3. Uè, testina di piddì, lavoro pago pretendo (solo per i seggi dal Mugnone in su)
2. Ho avuto problemi, c’ho Fastweb (portare ultima bolletta)
infine, in caso di presidente di seggio particolarmente ottuso, la giustificazione numero uno.
1. Chiedo reintegro come da sentenza Fiom Pomigliano, o state coll’operai solo quanno ve conviene?

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L’Aquila e l’Inquisizione capovolta

Dal Messaggero di oggi

di Stefano Cappellini

La sentenza che ha condannato ieri in primo grado un pugno di esperti e scienziati, accusati di non aver lanciato sufficienti avvertimenti alla popolazione prima del sisma che ha distrutto L’Aquila, è una ferita alla logica, al buon senso e, non ultimo, allo Stato di diritto.

Delle due l’una: o i condannati erano in grado di prevedere il terremoto, e in tal caso le pene comminate sarebbero fin troppo miti, oppure non erano in grado – loro come tutti gli esseri umani – e in tal caso non si vede quali «avvertimenti» avrebbero potuto offrire agli aquilani.

Comprendiamo bene il dolore di chi è stato devastato dal lutto, ma l’intera comunità scientifica – con l’esclusione di pochi personaggi in cerca di pubblicità – conferma che non era sufficiente il lungo sciame sismico che aveva flagellato l’Abruzzo per stabilire l’imminenza di una grande scossa.

Del resto, la caratteristica che accomuna tutti i teorici della prevedibilità dei terremoti, compresi i sedicenti profeti in prima persona, è di essere lestissimi a puntare l’indice a disastri avvenuti ma di essere meno loquaci quando si tratta di anticipare luogo, ora e intensità del sisma.

La verità è che questa sentenza non è appesa ad alcun appiglio giuridico, se non a quello di una folle deriva giustizialista che con la sentenza dell’Aquila ha rotto anche l’ultimo argine, trasformando persino la superstizione sulla prevedibilità dei terremoti in un criterio tribunalizio. Con questa ferita – che ci auguriamo sia sanata nei prossimi gradi di giudizio – la giustizia italiana compie un altro deciso passo verso il modello dell’Inquisizione, seppure con una filosofia rovesciata rispetto a quella dei secoli bui. Allora, in nome dell’oscurantismo, si condannava la scienza per le sue verità. Oggi, sulla scia di un assurdo positivismo, si condanna la scienza per l’incapacità di andare oltre i propri limiti.

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